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Italiani, galleggiare non basta

Un popolo di navigatori, si diceva una volta degli italiani concludendo il trittico di poeti e santi, pensando a millenni passati su mari, laghi e fiumi, oltre che ad eccellenze come Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci. Un popolo di galleggiatori, invece, dovremmo cominciare a dire ora...

Parole chiave: Luca Passarini (112), Editoriale (423)
Italiani,  galleggiare non basta

Un popolo di navigatori, si diceva una volta degli italiani concludendo il trittico di poeti e santi, pensando a millenni passati su mari, laghi e fiumi, oltre che ad eccellenze come Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci. Un popolo di galleggiatori, invece, dovremmo cominciare a dire ora, almeno stando alle Considerazioni generali sul 58° Rapporto Censis. Dopo aver parlato di trasformazioni economiche, incertezze internazionali, spinte in avanti e incapacità di percorrere con il necessario vigore la strada intrapresa, al numero 7 si legge: “In larghissima maggioranza, gli italiani tuttavia galleggiano, nonostante tutto e come sempre. Galleggiare abilmente non ci protegge però da una lunga serie di inconvenienti. Nell’acqua insipida è più difficile restare a galla: se il fluido nel quale siamo immersi cambia densità, o aumentiamo lo sforzo o andiamo giù”. Continua: “Se le distanze tra gli uni e gli altri aumentano, perché intorno vediamo sempre meno famiglie e imprese che competono, l’adattamento resta a responsabilità individuale e smette di essere qualità collettiva, e sempre di meno saranno gli abili al galleggiamento”. Il numero conclude impietosamente: “Fuor di metafora, sembra si possa dire che è vero che abbiamo resistito bene alle crisi, ma è venuto il momento di prendere atto che tutto questo non basta più”.
La soluzione non sembra poter venire dalla politica, che secondo il documento ha invece molte colpe, perché ha tolto di mezzo i grandi soggetti collettivi che trent’anni fa erano protagonisti, presenta amministratori che amano più essere politici che fare qualcosa, e (potenziali) elettori rassegnati dopo averle provate tutte senza successo, dal governo per sovrabbondanza di poteri all’antipolitica, dai sovranisti a coloro che vogliono la devoluzione dei poteri, dai tecnici ai populisti: tutto questo ha portato a fidarsi solo di un’illusione di crescita continua che ora non regge più. Non riconoscendoci più “società in corsa tuonante per lo sviluppo”, siamo chiamati ora a ripensarci, consapevoli che, come italiani, siamo meticci nei valori e nei comportamenti, non abbiamo una identità collettiva né senso della storia, vogliamo muoverci ma non abbiamo una direzione.
Insieme all’esprimere desideri, nel guardare al 2025 occorrerà, secondo le Considerazioni generali Censis (al n. 11), fare una scelta decisiva: rimanere una società chiusa, che “resta intrappolata in se stessa, si ripiega, aspetta”, dove “la crescita non c’è o è drammaticamente lenta”, ma semplicemente si prova a galeggiare ancora un po’ prima inevitabilmente di affondare; aprirsi a un avanzamento e a una promozione della persona, che passa necessariamente dall’accettare il rischio, “di aprirsi al nuovo, di spezzare il recinto, di esplorare nuovi confini, di accogliere nuovi innesti, di correre nuovi pericoli”.

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