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Generazione “anZia”

Nei giorni scorsi sono sceso in treno a Roma, seduto vicino a una studentessa da poco diciottenne (da quello che ho sentito dalle sue telefonate a voce altissima) che da Bolzano scendeva a Napoli per trovare un ragazzo che vede poche volte all’anno (ma la cui mamma chiama “mia suocera”).

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Generazione “anZia”

Nei giorni scorsi sono sceso in treno a Roma, seduto vicino a una studentessa da poco diciottenne (da quello che ho sentito dalle sue telefonate a voce altissima) che da Bolzano scendeva a Napoli per trovare un ragazzo che vede poche volte all’anno (ma la cui mamma chiama “mia suocera”).
È bastato l’annuncio, poco dopo la partenza da Verona, di un ritardo di una ventina di minuti per farle scattare tutta una serie di manifestazioni di ansia, che hanno infastidito non poco tutte le persone attorno.
Non per niente, molti parlano di “generazione ansia” o, con un gioco di parole, di generazione “anZia”, usando la zeta con cui è stata ribattezzata. Causa, per gli esperti: una società basata sulla prestazione, che non ha la dimensione verticale (valori e religione), che presenta adulti (almeno per loro) poco meritevoli di fiducia. Effetto, secondo l’ultimo Report Unicef: un ragazzo su cinque tra i 15 e i 19 anni soffre per disturbi alla salute e al benessere mentale, soprattutto ansia e depressione. Proposte di soluzioni, secondo alcuni luminari: lo psicopedagogista Stefano Rossi propone ai genitori di educare i figli non alla prestazione, ma alla grinta ovvero alla tenacia, alla determinazione pure quando si fa fatica, con la promessa della gioia che si prova ogni volta che si spicca il volo; lo psicologo americano Jonathan Haidt (considerato da varie riviste uno tra i migliori pensatori mondiali) consiglia di vietare lo smartphone agli under 16. In suo recente libro, Haidt spiega che la transizione dai giochi di infanzia a un ambiente tecnologico – con tanta esposizione agli schermi e poco tempo di gioco non strutturato –, aprirebbe le porte all’ansia, acuita da quel senso di confronto e pressione sociale che emerge sui social media, il cui accesso del resto è fatto nell’isolamento più assoluto.
Il dibattito si è aperto in quello che è (o era) il faro dell’Occidente, ovvero gli Stati Uniti. C’è, ovviamente, chi lo contesta; ma molti genitori, pure da noi, guardano a questa proposta nel prendere coraggio per scelte che si scontrano con la diffusione massiccia di cellulari già tra i ragazzi di 10 anni e l’abitudine di alcuni adulti (insegnanti per primi) di dare per scontato che i gruppi Whatsapp siano una via facile, accessibile e accettabile da tutti.

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