In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
Quella che viene narrata nel Vangelo è una storia fatta di occhi che vedono e altri che non vedono. È una storia che parla di un incontro e che, nel suo dispiegarsi, provoca e disturba perché, alla fine, coloro che vedono emergono come ciechi, incapaci di scorgere la vita poiché chiusi nella loro presunzione, che impedisce qualsiasi meraviglia; colui che invece era cieco prende lentamente la scena fino a diventare protagonista insieme al Signore e maestro di coloro che si vantavano di esserlo.
È una storia di occhi, in particolare di due occhi che non hanno mai visto. Due occhi che non sanno cosa siano i colori e le sfumature, che si nutrono di racconti carpiti dal vociare della gente che passa, di quell’immaginazione resa possibile da un toccare che diventa continuamente più sensibile: un tocco che però è sempre e solo dato, quasi mai ricevuto, perché un cieco dalla nascita è, per la mentalità del tempo, sicuramente maledetto da Dio e quindi non va nemmeno sfiorato: «Sei nato tutto nei peccati!», gli dicono.
Ma questa volta è il cieco stesso ad essere toccato, come non gli era mai successo prima. E non è il tocco solito della folla che, passandogli accanto, lo sfiorava per sbaglio, ma il tocco di Colui che non teme di avvicinarsi alle fatiche umane, perché umano ha voluto essere. È il Signore Gesù, che sputa per terra, impasta del fango e lo pone sugli occhi del cieco, mandandolo poi a lavarsi alla piscina di Siloe, l’Inviato. E il cieco non è più cieco. Colui che non aveva mai visto ora vede. Due occhi impastati di fango tornano a vedere come se fossero stati ricreati nuovamente dalla polvere del suolo: è l’instancabile opera di un Padre che ostinatamente desidera regalare Vita; è il via vai dello Spirito che, soffiando dove vuole, finisce sempre per cercare le narici umane; è la gioia del Figlio nel ritrovarci come fratelli e sorelle per riportarci a casa.
Ma ciò che rattrista è la storia degli altri occhi: quelli che apparentemente sembrano vedere, ma che si dimostrano un po’ alla volta ciechi perché ostinati a non accogliere un modo diverso di guardare. Sono gli occhi della folla che, vedendo il cieco guarito, più che rallegrarsi e ringraziare Dio, comincia a chiedersi se sia lo stesso che poco prima sedeva a mendicare o se sia un’altra persona: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?»; «È lui!»; «No, è uno che gli assomiglia». Dopo tanti anni quello era “il cieco mendicante”, non poteva avere una vita diversa; gli occhi della folla non potevano e non volevano dargli la possibilità di essere altro. È il modo in cui guardiamo che spesso cristallizza la realtà di chi siamo o di chi sono gli altri in forme definite ed ermetiche dalle quali sembra impossibile liberarsi. È uno sguardo che definisce il tutto dal frammento, la realtà dall’episodio: così il cielo azzurro e terso finisce per essere giudicato nuvoloso solo per il passaggio di una semplice nuvoletta. E il cieco guarito, che per la prima volta avrà visto il suo volto riflesso nello specchio d’acqua della piscina, insisteva nel dire: «Sono io!». Ma niente: per gli altri non poteva essere altro che il cieco mendicante. «Sono io!», gridava, come a dire: finalmente ho incontrato uno che mi ha fatto vedere chi sono, che mi ha aiutato a scoprire il mio vero volto, che mi ha aperto gli occhi. Non sono ciò che voi volete vedere nella vostra meschina parzialità. È strano come il possibile che Dio riesce a compiere venga spesso negato per evitare la fatica di lasciarsi guarire la vista.
Incapaci di vedere sono anche gli occhi dei farisei. Interrogano i genitori dell’uomo per verificare che quegli occhi fossero stati veramente ciechi dalla nascita ma, pur ricevendone conferma, non riescono a scorgere nient’altro che la trasgressione del sabato: chi ha compiuto quella guarigione non può venire da Dio perché, altrimenti, avrebbe rispettato il riposo. Quelli dei farisei sono occhi ciechi che hanno la presunzione di limitare il campo d’azione di Dio dentro regole e precetti, al di fuori dei quali Egli non potrebbe compiere il bene.
Poi, alla fine, quegli occhi guariti giungono al culmine della visione. Cacciato da tutti, l’uomo viene raggiunto da Gesù. Gli occhi del Guaritore incontrano gli occhi del guarito, e quegli occhi ora vedono finalmente lo sguardo del Salvatore. Qui avviene il miracolo: “Gli disse Gesù: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». E lui rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui”.
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