La fede è anzitutto relazione profonda con Dio e gli altri

«Avete inteso che fu detto... Ma io vi dico...»

| DI don Luca Albertini

La fede è anzitutto relazione profonda con Dio e gli altri
Matteo 5,17-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».
Per quattro volte Gesù nel Vangelo richiama una legge della Scrittura e, nello stesso tempo, sembra volerla “intensificare”: «Avete inteso che fu detto... Ma io vi dico...». Quello del Vangelo è un Signore che sembra alzare l’asticella delle norme e, a una prima lettura, potrebbe apparirci come colui che chiede troppo, che pretende cose quasi impossibili; insomma, uno che non si accontenta. Tuttavia, nei «Ma io vi dico…» pronunciati dal Signore, riconosciamo la radicalità della sua chiamata, che è la radicalità della sua stessa vita, del suo amare fino alla fine. 
Il Signore Gesù chiarisce subito: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento». Cosa significa? Vuol dire che il Signore Gesù, il Figlio di Dio è venuto per compiere ciò per cui la legge è stata data: permetterci di incontrare Dio e riconoscerlo come Padre. Possiamo pensare alla relazione tra coniugi o tra genitori e figli: se vissuta solo come rispetto di regole di convivenza, essa garantisce uno stare assieme magari pacifico, ma non basta, rimane qualcosa di incompiuto. Solo se quelle “regole” scaturiscono da una relazione di bene e servono a custodirla, allora si giunge al compimento. «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». Gli scribi e i farisei presumono di essere giusti nel rapporto con Dio perché rispettano leggi e riti, ma questa mentalità va superata: il Signore Gesù ci mostra che la fede non è un insieme di precetti da osservare, ma prima di tutto una relazione profonda con Dio e con i fratelli che dà sostanza alle norme.
La fede non si basa sul “non devi fare”, ma sul “puoi amare”: nel Battesimo il Signore ha conformato la nostra vita alla sua, abilitandoci a offrire noi stessi come ha fatto Lui. Emerge certamente un Dio esigente, ma questo non deve spaventarci. È esigente perché desidera che non viviamo al di sotto della nostra dignità di figli di Dio. Nella vita ci fa tanto bene sperimentare le consolazioni e le carezze di Dio, ma ci fanno altrettanto bene anche i momenti in cui il Signore ci scuote con forza, ci sprona a passi radicali e ci invita ad uscire dalle nostre comodità per camminare su strade che nell’immediato possono anche sembrare deserte.
Il nostro non è un Dio sdolcinato e buonista pronto a coccolarci in facili emozioni per alimentare i nostri “mi sento” o “mi piace”. Al Signore non è mai piaciuta la prospettiva dei “due cuori e una capanna”: fin dall’inizio ha abitato una capanna affollata da tante persone e non certo emotivamente significativa. Se è vero che il Signore ci dona consolazione, è pur vero che è un Dio che ci spinge verso un dono totale di noi stessi rendendoci capaci di vivere, insieme ai toni trionfanti dell’ingresso a Gerusalemme, anche le note cupe del Getsemani.
Gesù conclude dicendo: «Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno». Queste parole sono un invito a meditare profondamente sul nostro modo di comunicare e sulle parole che abitano le nostre conversazioni. Le parole hanno un valore, un significato e un peso; la radicalità a cui siamo chiamati dice la nostra grandezza e non possiamo permetterci di essere superficiali. Viviamo in un tempo saturo di rumore e chiacchiere: per saper dire parole sagge è necessario ascoltare parole sagge, allenando l’orecchio a espressioni buone e profonde, capaci di rendere le nostre labbra un megafono della misericordia di Dio.
È necessario chiederci che sostanza abbiano le parole che ascoltiamo, quanto possano rispondere al desiderio di senso e di felicità che portiamo nel cuore e quanto sappiano renderci capaci di accoglienza e di pace. Forse perdiamo troppo tempo a sentire parole vuote, eppure esiste una Parola, quella di Dio, capace di farsi vita perché ci ha creati e salvati, e in grado di farci pronunciare dei “sì” così grandi da cambiare la storia, perché ci portano a tendere a quel compimento della legge annunciato dal Signore Gesù.
La radicalità di Gesù, vissuta fino al dono totale di sé, ci abilita a un amore che travalica il buon senso e il semplice dovere morale. In questa dedizione estrema, ci scopriamo capaci di un bene che supera le logiche del mondo per riflettere la grandezza stessa dell’amore di Dio, aprendo la nostra storia, e quella di chi ci incontra, ad una speranza senza confini.

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