Don Luca Composta, 44 anni, originario di Soave, ordinato prete nel 2020, dal 2023 è missionario fidei donum a Namahaca, nella diocesi di Nacala, nel Nord del Mozambico. Una parrocchia che si colloca su un territorio vastissimo. Ha 70 comunità, si stimano 300mila persone. «Alcune comunità sono molto lontane dalla sede della missione, tre-quattro ore di auto su strade impossibili nella stagione della secca, irraggiungibili nella stagione delle piogge – spiega –. La gente vive di quello che produce: si alza al mattino presto per andare nei campi a coltivare soprattutto mandioca e arachidi. La mandioca serve per produrre la farina con la quale fare la polenta, il piatto base; invece le arachidi solitamente cercano di venderle per ricavarne i soldi che servono per la vita di tutti i giorni. È certamente un’economia di sussistenza».
– In questo contesto l’attività pastorale com’è articolata?
«Il lavoro pastorale si fa con tre incontri all’anno della durata di due-tre giorni per i vari catechisti al centro della missione, e poi il lavoro nelle numerose comunità è portato avanti dai laici. Tutto è in mano ai catechisti, non potrebbe essere altrimenti. Noi preti riusciamo a fare il giro delle comunità una o due volte l’anno, per questo il lavoro dei vari catechisti è vitale. C’è l’anziano capo della comunità e poi i vari incarichi: dalle celebrazioni all’Eucaristia, dal lavoro con le mamme a quello con i bambini. I catechisti dalle comunità arrivano alla missione per la formazione facendo, alcuni, anche una giornata di cammino. Questo ci colpisce sempre molto!».
– Lei in particolare di cosa si occupa?
«Mi occupo dell’infanzia e dei giovani, mentre don Francesco Castagna si occupa delle mamme, dei centri di salute, di giustizia e pace. Insieme ci occupiamo degli anziani e, ovviamente, di seguire le 70 comunità. Giustizia e pace è un ambito molto interessante, c’è un bel gruppo, si incontrano pure a livello vicariale: del resto il tema anche per il momento che vive il Mozambico è molto attuale e genera ampi dibattiti».
– Lei segue anche la micro-imprenditorialità legata ai giovani…
«Avevamo una casetta abbandonata nella missione, con 4 stanze e un bagno: abbiamo deciso di sistemarla e darla in gestione ai giovani per aprire un piccolo ristorante. A Namahaca c’è un certo giro di gente: la scuola si sta ampliando, con il prefetto vorremmo iniziare una scuola professionale con due settori: meccanica e agraria, ed è arrivata (finalmente) la corrente elettrica. Insomma, Namahaca sta crescendo anche con nuovi insegnanti e nuove famiglie, quindi un piccolo ristorante potrebbe avere un discreto successo: loro, i giovani, ci mettono il lavoro e si tengono le entrate, noi mettiamo a disposizione la struttura».
– Grande povertà in un territorio pieno di ricchezze…
«Questa è una grande contraddizione, che mi spiego in due modi: l’ignoranza della gente e la troppa furbizia di chi la usa a proprio vantaggio. Detto in altro modo: le persone che arrivano a lavorare nelle miniere d’oro a cielo aperto non sanno neppure il valore di ciò che raccolgono, si accontentano di quel poco che danno per vivere i proprietari delle miniere, che invece conoscono molto bene il valore di quanto viene estratto».
– La guerra nel Nord, gli sfollati, gente che scappa… Come vivete tutto questo?
«Fortunatamente i ribelli non sono mai arrivati fino da noi, anche se ci sono voci che dicono che hanno fatto delle incursioni a 50 chilometri da Namahaca. La situazione è fluida, si dice di tutto e di più, il prefetto ci assicura che saremo avvisati per tempo in caso di difficoltà. Ci dicono: i primi a fuggire saremmo noi, in caso di pericolo. È una guerra per interessi, quella di Cabo Delgado, l’islam non c’entra nulla. Anche noi a Namahaca viviamo un rapporto molto sereno con i musulmani: collaboriamo, facciamo cose assieme. Il sindaco e l’amministrazione stessa è quasi tutta musulmana e non c’è mai stato nessun problema. Mettere in circolo le voci dell’arrivo dei ribelli può diventare un business: la gente scappa e coloro che mettono in giro le voci sono i primi ad entrare nei villaggi lasciati in fretta e furia per rubare. La povertà, purtroppo, produce anche questo».