Dal 15 al 26 luglio abbiamo vissuto giorni di incontro, conoscenza, servizio, turismo e fede in Giordania. Un viaggio iniziato mesi prima, con la preparazione e una raccolta fondi fatta tra gli amici e nelle nostre parrocchie, che ci ha permesso di finanziare per qualche mese la clinica mobile di Caritas Jordan, che supplisce ai bisogni sanitari in alcune parti remote del Paese. Ci siamo ben presto accorti che le parole per comprendere l’esperienza in cui eravamo immersi ci venivano consegnate lungo il cammino dalle persone che incontravamo, segno di quella che abbiamo anche noi imparato a chiamare Provvidenza.
Può sembrare strano decidere di fare proprio oggi un viaggio in Giordania, Paese geograficamente al centro del conflitto mediorientale. La scelta di partire è stata presa insieme, consapevolmente, aiutati da Alessandro Cadorin di Caritas Italiana e dai tanti amici di Caritas Jordan, che insieme sono stati il supporto fondamentale per l’organizzazione. Il Paese rimane un baluardo di pace e stabilità in una terra devastata dalle guerre, rifugio per tanti profughi e fragile laboratorio di pace. Quella che abbiamo condiviso con il popolo giordano può essere definita una normalità atipica: all’improvviso, anche se è successo molto raramente, possono infatti suonare le sirene per missili o droni diretti non verso la popolazione civile giordana ma verso le basi militari statunitensi presenti nel Paese. I voli possono essere cancellati o ritardati, ma ci sembra che sia proprio la scelta di poter incappare in questi piccoli disagi la nostra possibilità di deciderci per un mondo diverso e per poter invogliare altri alla stessa esperienza; c’è infatti una cosa di cui hanno paura i guerrafondai: la normalità.
Una delle cose più sorprendenti è stata scoprire di essere attesi. Innanzitutto dalla parrocchia della Madonna del Carmelo che ci ha ospitato, situata nel quartiere popolare di Hashmi in Amman e abitata soprattutto da profughi iracheni, che con il parroco Matheus Maciel ci ha fatto sentire a casa lontano da casa. Ci hanno detto di essere stati “segni di speranza” grazie agli incontri vissuti con i giovani e tutta la comunità, nelle serate di condivisione con i preti della zona, nei piccoli servizi; ma non ce ne siamo accorti, tanto impegnati a stimare l’immenso bene che quotidianamente abbiamo ricevuto. Eravamo attesi da Caritas Italiana e da Caritas Jordan, che ci hanno fatto conoscere quanto la Chiesa opera per l’accoglienza di tanta gente e per la situazione dei profughi delle diverse guerre: iracheni come detto e soprattutto siriani e palestinesi.
Essere cristiani in questa terra significa essere una minoranza, circa il 2% della popolazione giordana. In un Paese a maggioranza musulmana è vietato fare proselitismo e parlare di Gesù, senza che sia esplicitamente richiesto dalla persona musulmana che ti sta parlando. «Non possiamo andare sul tetto e gridare che Dio è amore ma possiamo viverlo», afferma don Mario Cornioli, prete della diocesi di Fiesole e fidei donum nel Patriarcato Latino di Gerusalemme. Questo rende la presenza cristiana una testimonianza di gesti e di vita, non di parole. Caritas e tante altre realtà si adoperano quotidianamente per costruire progetti che diano lavoro e dignità ai richiedenti asilo, molti dei quali iracheni, altrimenti impossibilitati a trovare un’occupazione. È uno dei segni concreti e sociali che si mettono in atto e che rende i cristiani rispettati e ben visti.
Siamo arrivati pensando che avremmo capito qualcosa in più dei conflitti intorno a questo Paese, ma le parole di padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa dal 2016 al 2025, ora impegnato nella custodia del Monte Nebo, ci hanno aperto gli occhi. Ci hanno molto toccato le sue considerazioni sulla perdita di senso che sta vivendo l’Occidente, che insegue un’utopia di benessere individuale, che ci ha reso incapaci di incontrare il dolore altrui, se non quando ci tocca in prima persona. «L’Occidente vive sotto una campana di vetro – ha affermato –, va avanti pensando al mito del sentirsi bene, poi paradossalmente soffre più del resto del mondo per mancanza di senso. Più che preoccuparsi di capire cosa succede in Medio Oriente, l’Occidente dovrebbe capire cosa sta succedendo proprio in Occidente».
Ci portiamo a casa un segreto da questa esperienza: l’essere presenti. Qualcuno potrà dire che non era necessario un viaggio fisico per sapere che la Chiesa in Giordania e in Medio Oriente è legata allo stare e non al fare, ma a noi serviva incontrare i volti, i nomi e le paure di queste persone. Dovevamo conoscere il patriarca card. Pierbattista Pizzaballa, il vescovo ausiliare di Gerusalemme dei Latini per la Giordania, Iyad Twal che ci ha accolto al nostro arrivo («Coraggiosi a venire, questo vi darà il dono di scoprire com’è qui davvero»), abuna (padre, ndr) Matheus, abuna Mario, Alessandro e Silvia, fra’ Francesco, suor Teresa, gli operatori e le operatrici di Caritas e tutte le persone che ogni giorno scelgono di esserci, di rendere la loro vita un dono, di essere segno solido e profondamente umano di speranza in una terra ferita, con lo stile di chi chiede giustizia senza rispondere al male con il male. Persone che usano tutto quello che hanno a loro disposizione, letteralmente la loro vita e il loro tempo, per dire che ha senso essere proprio qui e stancarsi in mezzo alla gente e così facendo annunciare che Cristo vive.