«Per noi i fondi dell’8xmille sono fondamentali»: non usa giri di parole don Nicola Moratello, economo diocesano di Verona. In particolare, l’Ufficio risorse economiche gestisce e destina una parte di quanto assegnato a Verona, ovvero due macro-aree: esigenze di culto e pastorale; carità.
– Può farci esempi riguardo a quest’ultima area?
«Sosteniamo tante iniziative legate ad alcuni servizi di Curia, come quello missionario e pastorale migranti, ma siamo anche di supporto ad alcune situazioni di preti anziani e malati. Poi, c’è tutta una serie di esperienze dove le altre istituzioni non intervengono e che rendiamo possibili attraverso i fondi dell’8xmille e il lavoro della Caritas diocesana. Per esempio, Corte Melegano gestita dalla Caritas diocesana, dove sono accolti neo-maggiorenni a cui si è reso necessario garantire una rete sociale e alcuni aiuti per camminare verso un futuro promettente. Nella stessa logica il centro diurno, visto che i senza fissa dimora non hanno altrimenti un luogo dove stare durante il giorno e soprattutto dove poter fare qualche passo personale. Ci sono, poi, dei supporti che finanziamo per sviluppare alcune forme di volontariato, per esempio chi fa accoglienza e accompagnamento nei centri di ascolto sul territorio».
– E riguardo le esigenze di culto e pastorale?
«L’indicazione che viene data dalla Cei è che questa parte dei fondi deve finanziare, in particolare, il funzionamento delle parrocchie e della diocesi, le attività di catechesi e la formazione del clero. Se pensiamo all’Assemblea diocesana che abbiamo vissuto nelle settimane scorse o al Festival biblico, esse rientrano pienamente in questo orizzonte, perché diventano momenti unitari e una sorta di slancio diocesano rispetto all’indirizzo dato dal Vescovo. Ci sono poi tutta una serie di realtà e iniziative culturali o sociali che potremmo definire “di frontiera” e che non sarebbero possibili senza questi fondi».
– Come vive questa responsabilità rispetto ai fondi dell’8xmille?
«Sono soldi che ci vengono consegnati e noi siamo chiamati ad onorare la volontà di chi ha firmato, la scelta di tanti cittadini, credenti e non, che hanno fiducia nella Chiesa e desiderano che siano fatti fruttificare i valori di cui parliamo. Questi contributi rappresentano una sorta di moltiplicatore di bene, con un impatto sociale che non è semplicemente quantificabile attraverso numeri. Siamo chiamati a scelte oculate, a individuare dove e come diffondiamo il Vangelo, ad essere trasparenti. Mi piace pensare che dobbiamo per così dire “soddisfare” chi ha firmato, sapendo d’altra parte che non possiamo mai soddisfare tutte le richieste perché le risorse sono limitate rispetto alle esigenze o alle possibilità che ci sono».
– Può dirci una parola in più riguardo la trasparenza?
«La destinazione dei fondi è pubblica e siamo tenuti a rendicontare l’utilizzo di tutti i soldi. Questo mi sembra molto rispettoso di tutti».