Quando l’autunno lasciava spazio ai primi freddi e le giornate si facevano più brevi, anche a Povegliano iniziava un tempo particolare, carico di significati condivisi. L’inverno non era soltanto una stagione ma un passaggio che coinvolgeva le famiglie, il lavoro dei campi e una serie di gesti tramandati nel tempo, capaci di unire la comunità attorno a un sapere antico.
Se fasea su el porco: tra fine novembre e inizio dicembre, nelle case contadine si macellava il maiale allevato durante l’anno. Era un lavoro impegnativo, che richiedeva collaborazione e rispetto, perché da quel rito dipendeva gran parte della sopravvivenza familiare nei mesi invernali. Ogni parte dell’animale veniva utilizzata e la carne, una volta lavorata, trovava posto negli spazi più adatti della casa, dove il freddo naturale ne permetteva la conservazione.
Nel secolo scorso quasi ogni famiglia possedeva un porcile e l’allevamento del maiale cominciava in primavera, attorno alla festa di San Valentino, e si concludeva nel periodo di Sant’Andrea, quando l’animale era pronto.
Anche il tempo liturgico, scandito dalle feste dei santi, accompagnava così il ritmo della vita contadina. In quei giorni entrava in scena una figura oggi quasi scomparsa, ma un tempo fondamentale: il salsisar. Colui che conosceva l’arte della trasformazione delle carni, sapere appreso dagli anziani. Girava di casa in casa, aiutando nella macinazione, nella salatura e nell’insaccatura, in un clima di lavoro condiviso che rafforzava i legami tra le persone. Oggi quel ruolo sopravvive solo in parte, affidato spesso ai più anziani, ultimi custodi di una conoscenza preziosa.
Tra chi continua a portare avanti queste tradizioni c’è Giovanni Ferlini, contadino e allevatore di Madonna dell’Uva Secca, frazione di Povegliano. Tra i suoi strumenti conserva ancora una vecchia macchina per macinare e insaccare, appartenuta allo zio Augusto, per anni salsisar della zona. Non si tratta solo di un attrezzo, ma di una memoria concreta di un mondo fondato sul lavoro, sulla responsabilità e sulla continuità tra generazioni. Ferlini prepara ancora i salami seguendo le regole di un tempo, anche quando appaiono lontane dalle indicazioni moderne. La salatura abbondante risponde a criteri antichi, pensati per garantire la conservazione in assenza di mezzi tecnologici. «Ma la qualità – spiega – nasce soprattutto dall’alimentazione del suino: cereali prodotti in azienda, verdure di stagione, erbe e tuberi che seguono il ciclo naturale dei campi. Un’alimentazione semplice, sobria, profondamente legata alla terra». Accanto all’allevamento, Ferlini custodisce anche un’altra rarità, meno conosciuta ma altrettanto significativa.
Nel suo orto coltiva infatti un tipo di mais particolare, dai chicchi scuri e di dimensioni più piccole rispetto a quello tradizionale. Un grano che lui stesso definisce raro, non tanto per il valore commerciale, quanto per la storia che porta con sé. Si tratta di un mais conosciuto come morato, che la tradizione vuole coltivato già dalle popolazioni Inca. Un alimento prezioso, quasi “sacro”, legato alla forza vitale e alla salute. Attraverso l’emigrazione tra fine Ottocento e primo Novecento, alcuni semi arrivarono anche in Europa, portati dagli emigranti di ritorno, spesso come dono familiare. In Italia è rimasta una coltivazione di nicchia, tramandata soprattutto in ambito contadino.
La sua presenza a Povegliano è legata proprio a questo: «nei primi anni del Novecento, Angelo Barbi di Dossobuono, parente della famiglia Martari, emigrò in Argentina. Al termine della Prima Guerra mondiale rientrò in Italia e, nel rivedere i familiari, portò con sé alcune piccole pannocchie di colore violaceo, donandole alla cugina Rosa Martari. Da allora quel mais ha continuato a essere coltivato e tramandato all’interno della famiglia. Fu mio padre Angelo a portarne avanti la semina anno dopo anno, fino ad arrivare ai giorni nostri. Lo coltivo ancora e l’ho portato in diverse fiere, ma non ho ancora trovato qualcosa di simile».
Il mais morato è noto per essere ricco di antocianine, pigmenti naturali dalle proprietà antiossidanti, ma per Ferlini il valore di questo grano va oltre gli aspetti nutrizionali. I piccoli chicchi, messi in padella, scoppiettano e diventano un pop corn dal sapore intenso, capace di evocare ricordi lontani, come quando li assaggiò per la prima volta da bambino. «Essere contadino – racconta – richiede oggi come ieri costanza, dedizione e sacrificio. È una scelta che somiglia a una vocazione, fatta di attenzione quotidiana e di rispetto per ciò che la terra offre».
Non tutti sono disposti a percorrerla, ma in queste pratiche antiche sopravvive un patrimonio di saperi che parla ancora al presente: un modo di vivere il tempo, di custodire il creato e di riconoscere che il lavoro dell’uomo è collaborazione responsabile con il dono della natura. In quei gesti semplici, ripetuti di stagione in stagione, si riflette una sapienza che invita alla sobrietà, alla gratitudine e alla memoria. Non per tornare indietro, ma per riscoprire radici capaci di dare senso anche al nostro oggi.