Per non dimenticare il ruolo che hanno avuto le selci per le popolazioni della Lessinia, è nato l’Ecomuseo della Folénda. Ha trovato sede a Cerro Veronese in via Lessini, nel Baito del Pontàra: un antico edificio di proprietà comunale nel quale ora è possibile non solo conoscere la storia delle “pietre che danno il fuoco”, ma cosa hanno rappresentato per l’uomo che le ha raccolte, lavorate e commercializzate per produrre il fuoco, poi la luce e il calore per riscaldare le case e cucinare gli alimenti o costruire le armi.
Un progetto di comunità. Dietro alla nascita di questa nuova sede museale – che è possibile visitare gratuitamente previa prenotazione chiamando il numero 327.9871438 o scrivendo a info@ecomuseofolenda.it – c’è l’impegno del paese di Cerro e di numerosi volontari che hanno permesso di riqualificare dall’abbandono e dal degrado l’area in cui sorge la struttura, di proprietà comunale e un tempo adibita alla lavorazione del formaggio, che adesso, finemente ristrutturata, racchiude una serie di teche mentre all’esterno è stato creato un angolo verde con tavoli e panche per accogliere al meglio i visitatori.
L’intuizione di dare sistemazione lì a vari reperti si deve innanzitutto a Paolo Lughezzani e a Loredana Dal Corso. Quest’ultima, sabato 23 maggio, è stata tra i protagonisti del taglio del nastro il giorno dell’inaugurazione, affiancata dal sindaco Antonio Bertaso, dal presidente del comitato scientifico Giorgio Chelidonio e dal presidente della Pro loco Franco Zardini. Ma tanti altri sono i cittadini che con costanza e impegno hanno contribuito all’allestimento dell’ecomuseo, assieme a maestranze e aziende locali.
Fino a restituire «non solo uno spazio espositivo ma un collegamento tra il passato e il futuro. Ogni oggetto, ogni testimonianza, ogni documento raccolto all’interno di questo baito racconta la nostra storia, le tradizioni, l’ingegno, il vissuto di generazione di uomini e donne che con sacrificio, passione e creatività hanno costruito il patrimonio umano e sociale che oggi abbiamo il dovere di valorizzare», ha sottolineato il primo cittadino, al quale si sono uniti i colleghi di Bosco Chiesanuova, Selva di Progno e Valdagno oltre ai rappresentanti di Gal Baldo Lessinia e Cassa Rurale Vallagarina.
Sul valore della conservazione ha fatto eco Zardini: «Qui si custodiscono memoria e tradizione che rafforzano il legame con il territorio, diventando così uno spazio formativo aperto a visitatori, famiglie, scuole che potranno vivere un’esperienza educativa e culturale».
La pietra che dà il fuoco. A scendere nel dettaglio dei contenuti e a spiegare cosa sono le folénde o pietre focaie è stato il prof. Chelidonio, a partire dalla loro formazione milioni di anni fa in fondo al mare, quando la Lessinia non era ancora la montagna che conosciamo. «L’uso della pietra focaia per accendere il fuoco è un tema che ci portiamo dietro da almeno 2.500 anni», ha detto, e da quando è stata sviluppata la capacità di temperare il ferro per indurirlo e farne strumenti più taglienti. Così ebbe origine l’acciaio, lega usata pure per produrre gli acciarini: piccoli attrezzi con cui, percuotendo i bordi di una selce, si staccavano microtrucioli che, fondendosi per attrito, diventavano scintille di accensione.
In Lessinia gli artigiani della selce che producevano folénde per gli acciarini erano i folendàri e, dalla metà del Seicento, incrementarono l’attività dopo la diffusione nella Repubblica Veneta dei moschetti con accensione ad acciarino meccanico.
«Tutti noi abbiamo camminato e camminiamo sui sentieri e sulle strade bianche della Lessinia, però credo che pochi hanno fatto attenzione alle folénde», ha illustrato Nadia Massella, tra i componenti del comitato scientifico dell’ecomuseo assieme all’esperta museale Paola Beccherle (che ha curato la comunicazione web) a cui si aggiungono gli apporti dati dallo studioso Angelo Andreis e dal rievocatore storico dell’Associazione napoleonica d’Italia Riccardo Tezza. Di conseguenza è l’esortazione di Massella non soltanto a entrare nel museo, ma a camminare, a osservare per terra cercando le selci «cominciando a pensare a questa roccia alla quale non diamo nessun valore ma che in realtà è stata fondamentale e ha creato un legame tra il territorio e le persone che qui vivono».
Tra queste c’è Loredana Dal Corso che ha condiviso il fascino da bambina nell’osservare queste pietre e la fatica, da adulta, nel caricare l’ultimo carro di folénde trasportate fino a Lugo per produrre abrasivi. Quindi il monito, rivolto a tutti: «In un mondo virtuale e non palpabile, dove c’è un’intelligenza che dà risposte a qualsiasi domanda senza difficoltà, provate a prendere consapevolezza di tutta la realtà terrestre sulla quale poggiano i vostri piedi». Montanara concretezza, rivolta a persone di ogni età: alle nuove generazioni e senza scordare gli anziani, affinché siano d’esempio. Come lo sono stati i numerosi volontari che hanno permesso l’apertura del piccolo museo, ricordati in un lungo elenco letto da Maria Chiara Tezza per i doverosi ringraziamenti. Singole persone – tra cui Stefano Fraccaroli, Gianfranco Brunelli e Roberto Prati che hanno coordinato ed eseguito i lavori – ma soprattutto un’intera comunità che si è stretta attorno al baito, costruito nel 1841. Luogo di lavoro tornato ad essere punto di ritrovo e di cultura.
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