Tra pochi giorni, nei padiglioni di Model Expo Italy presso la Fiera di Verona, tornerà la “Brick Arena”, lo spazio dedicato ai mattoncini Lego: città in miniatura, treni, paesaggi, palazzi modulari che attirano bambini e adulti con la stessa meraviglia. Un’occasione per scoprire che anche sul territorio veronese esistono realtà vive e strutturate di appassionati.
Ad Affi per esempio, tre anni fa è nata l’associazione culturale Verona Brick, fondata da un gruppo di Afol – Adult Fans of Lego – che sentiva il bisogno di qualcosa in più di una semplice passione condivisa. «Avevamo bisogno di un punto di aggregazione – racconta il vicepresidente dell’associazione Alessandro Chessari –, ma non si trattava solo di trovarci assieme per fare del modellismo e partecipare assieme a fiere e mostre del settore: si trattava anche di costruire una realtà che avesse una forte funzione culturale. Verona Brick ha proprio questa valenza: facciamo serate nelle quali invitiamo altri Afol che ci raccontano come si sono avvicinati a questo mondo, le loro tecniche di costruzione, le loro esperienze. Uno dei nostri obiettivi è insomma fare cultura dei Lego, diffonderla e creare momenti di aggregazione sociale per grandi e piccoli, oltre che per i nostri soci, oltre a corsi di taglio pratico operativo, come corsi per costruire, o per creare video incentrati sui Lego per le manifestazioni alle quali prendiamo parte». Prosegue Gianluca Pressi, anche lui nel direttivo di Verona Brick: «Molte associazioni si concentrano soprattutto sull’esporre le opere Lego finite. Noi abbiamo voluto fare “cultura del Lego”: diffonderla, raccontarla, creare momenti di aggregazione sociale per grandi e piccoli, non solo per i nostri soci».
Oggi Verona Brick conta una quarantina di iscritti, provenienti sia dalla provincia di Verona che da Mantova, Trento, Vicenza, Treviso. «In molte città non esistono realtà di questo tipo – spiega Pressi – e questo spinge tante persone a cercare altrove un luogo dove condividere la propria passione». Architetto, Pressi è uno dei volti più noti del gruppo: «Ho giocato con i Lego da bambino, poi ho smesso da adolescente. Una decina di anni fa, quando ho conosciuto la mia futura moglie, ho ripreso grazie a lei». La sua formazione professionale ha indirizzato le sue preferenze: «Mi sono appassionato soprattutto alla linea degli edifici modulari. A casa ho un’intera città costruita esclusivamente in Lego».Non solo. Pressi è anche un Lego Fan Designer: ha partecipato a un concorso sulla piattaforma Lego Ideas e un suo progetto diventerà presto un set ufficiale. Nel mondo sono circa 70mila i fan designer, in Italia soltanto sette, ed è il primo in Veneto. «Il vero Afol – riflette – è colui che ci mette del suo, che va oltre il mero montaggio di un set acquistato in negozio».
Un pensiero condiviso anche da Fabrizio Pedrazza, il più “anziano” Afol del trio. «Faccio Lego dal 2013. Ho iniziato fotografando le opere finite. Poi mi sono appassionato ai palazzi, forse anche per deformazione professionale». Nella sua collezione ci sono oltre 400 mini figures, gli omini gialli Lego. «Essendo geometra, mi sono avvicinato alla modellazione 3D e ho imparato a usare i programmi per progettare. Da lì ho iniziato a costruirmi i set autonomamente». E le mostre? «Sono il prezzemolo delle fiere – ride –. Questo sarà il mio decimo Model Expo Verona. Sono momenti belli, perché si ritrovano tutti quelli del “giro Lego”. Ci si rincontra, si condividono idee».Alessandro Chessari invece è un informatico. Anche lui aveva giocato con gli iconici mattoncini danesi da piccolo, per poi abbandonarli crescendo. Li ritroverà nella loro vecchia scatola degli anni Settanta, durante i mesi di lockdown dovuti alla pandemia da Covid-19. «L’ho ripulita – racconta –. Erano tutti pezzi sfusi, come si usava in quel periodo. Cercando in internet, ho ritrovato le vecchie istruzioni per costruirci qualcosa e da lì mi è partita la fissa, anche perché per me era un modo per rivivere i bei momenti dell’infanzia, quando con queste costruzioni giocavo assieme a mio padre. Poco alla volta, ho ricostruito così un’intera città anni Settanta. Per me è stato un lavoro di ricostruzione storica, di ricerca. E così adesso vado in giro a farmi un sacco di mostre. Sono bei momenti, dove spesso raccolgo le esperienze e i ricordi di altre persone che hanno più o meno i miei anni, che mi raccontano con nostalgia di quando anche loro giocavano con Lego». «Siamo persone che acquistano i set – conclude Pedrazza – ma soprattutto siamo creatori. Ambientiamo le nostre opere, le studiamo, le miglioriamo. È un lavoro continuo di ricerca».Alla fine, il mattoncino diventa molto più di un gioco. È memoria, è tecnica, è creatività. Ma soprattutto è relazione. E forse è questo il progetto più ambizioso – ma anche più concreto – di Verona Brick: costruire comunità, un pezzo alla volta. L’unico limite ormai è solo la fantasia.