Due ragazzi in guerra

Le peripezie di Waifro e Ubaldo Avigo in un libro

| DI Lino Cattabianchi

Due ragazzi in guerra
Una memoria familiare ricostruita sui racconti ascoltati dal papà Ubaldo Avigo, Due ragazzi e, in mezzo, la guerra, appena pubblicato da Scripta edizioni Verona, ci riporta al tempo del secondo conflitto mondiale dove si sono giocati innumerevoli destini individuali. In questo contesto, due fratelli, Pietro (Waifro) e Mario (Ubaldo), originari di Desenzano sulla sponda bresciana del Garda, vivono due storie divergenti e si ritrovano alla fine dell’avventura che determinerà il corso successivo della loro vita.
Pietro viene colto dall’8 settembre del 1943, soldato dell’Esercito italiano, in servizio da qualche mese nell’ex Jugoslavia. Disarmato e caricato coi suoi commilitoni su un treno, è destinato in Germania in uno dei lager dove furono internati i militari italiani. Ma il treno, invece di passare dalla Slovenia e poi dall’Austria per arrivare nell’Europa centrale, prende la via dall’Italia e si ferma al Brennero.
Alle proteste dei soldati lungo il tragitto, i tedeschi rispondono che, se non fossero cessate, avrebbero preso e fucilato i primi quattro, una volta arrivati a Verona. Pietro era uno di quelli, ma con sua somma sorpresa viene caricato su un camion con gli altri tre: destinazione Salò, al lavoro in cucina e nei magazzini.
A Desenzano del Garda, intanto, Mario matura la decisione di unirsi ad una banda di “ribelli” e sceglie i partigiani. Partecipa ai primi colpi, all’assalto ad una caserma di Carabinieri per impossessarsi delle armi, deve affrontare i trasferimenti a piedi e i turni di guardia più faticosi.
Ma il culmine della sua avventura lo tocca nella preparazione di un pattugliamento: nel tascapane mette un panino con l’aringa e una bottiglia di acqua mescolata a vino per il pranzo. Durante il trasferimento succede l’imponderabile: l’involtino con la merenda esce da un buco del tascapane e all’arrivo Mario, affamato, constata desolatamente l’accaduto.
I suoi compagni lo incoraggiano a rifare il cammino all’indietro per recuperare il cibo che viene ritrovato intatto e gustato appetitosamente. Poi, sulla via del ritorno verso i suoi compagni, Mario sente sparare, vede da lontano i compagni a terra circondati da una pattuglia di militi repubblichini. Si ferma e torna indietro. Salvo per miracolo.
Ai figli racconterà: “Ricordive che voaltri sì chi par meso paneto con la renga”.
L’epilogo dell’aprile 1945. In fuga con altri, verso la Pianura Padana, Pietro a Piacenza riesce a calarsi dal camion e ad allontanarsi dal convoglio. Su una bicicletta sgangherata, pedalando tutto il giorno, arriva alle porte di Salò e si sente intimare l’altolà! Chi va là! È Mario che ha l’incarico di sorvegliare gli ingressi della cittadina. I due fratelli si riconoscono e si abbracciano forte dopo anni.
I due destini si divideranno ancora dopo la guerra. Pietro, che in realtà si chiamava Waifro, diventò frate domenicano col nome di padre Pietro. Oggi riposa nel cimitero di Cercemaggiore, in provincia di Campobasso.
Mario, in realtà Ubaldo, pochi anni dopo la fine della guerra sposò Adenilla Dallamura, una ragazza di Pescantina, paese nel quale si trasferì e dove, dopo l’aprile del ’45, si compì l’epopea del Campo reduci di Balconi con migliaia di internati di ritorno dai lager tedeschi.
Ubaldo per tutti Baldo, di professione lattaio, con la moglie Adenilla ebbe cinque figli di cui tre viventi, Dario, Paolo ed Ettore, che hanno deciso di mettere nero su bianco la storia dei due fratelli Avigo. “Una storia probabilmente comune a quelle di tanti altri ragazzi come loro che hanno vissuto in quel drammatico ed esaltante periodo”, scrive il compianto Beppe Muraro nella bella postfazione al libro che non è riuscito a vedere stampato.
Il testo è accompagnato dai disegni di Michele Avigo che sottolineano il progresso della storia come un accattivante grafic novel nel quadro di una memorialistica dal basso, preziosa e insostituibile ora che vengono meno i testimoni diretti di quei tempi e di quelle storie.

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