Dopo l’esclusione di Verona dalla lista delle città candidate a ospitare gli Europei di calcio del 2032, il dibattito sul futuro dello stadio Bentegodi si è riacceso, tornando a intrecciare sport, finanza pubblica e trasformazioni urbane. Da una parte c’è l’urgenza di garantire all’Hellas un impianto adeguato agli standard contemporanei; dall’altra il nodo, molto concreto, delle risorse: i vincoli sul cofinanziamento e l’aumento dei costi di costruzione rendono sempre più difficile sostenere interventi tradizionali, soprattutto se prevedono fasi transitorie lunghe e costose. In questo contesto, tra le voci che invitano a cambiare prospettiva c’è quella dell’urbanista Giulio Saturni, che propone una soluzione radicale: non intervenire sull’impianto attuale, ma costruirne uno nuovo, liberando così spazio e risorse per una più ampia rigenerazione urbana. Un cambio di paradigma che, nelle intenzioni, sposta la discussione dal “come rifare lo stadio” al “come ridisegnare un quadrante di città”, mettendo insieme mobilità, verde, servizi e nuove funzioni urbane.
– Saturni, Verona fuori da Euro 2032. Se l’aspettava?
«I vincoli economici posti dal governo, in particolare il limite al 15% per il cofinanziamento pubblico, rendono molto complicato sostenere operazioni di questo tipo, soprattutto se si insiste su modelli progettuali costosi e poco flessibili. In questo senso, la ristrutturazione del Bentegodi presenta criticità evidenti».
– Il progetto di restyling è stato finora al centro del dibattito. Perché non la convince?
«Perché è una soluzione che porta con sé un effetto domino di costi. Ristrutturare l’attuale stadio significa prima costruirne uno temporaneo, con una spesa stimata intorno ai 200 milioni di euro. È una cifra enorme, che rende inevitabile un intervento pubblico significativo e che, francamente, rischia di essere difficile da giustificare ai cittadini. Inoltre, si tratta di un’operazione complessa anche dal punto di vista logistico e urbanistico».
– Lei propone invece di costruire un nuovo stadio altrove. Dove e con quali vantaggi?
«Si potrebbe utilizzare l’area di via Sogare, dove oggi si trovano lo stadio Olivieri e i relativi parcheggi. Parliamo di una superficie di circa 58mila metri quadrati, del tutto comparabile con quella di impianti moderni come il Gewiss Stadium di Bergamo. Questo consentirebbe di costruire direttamente un nuovo stadio, senza passaggi intermedi, evitando quindi i costi e le complicazioni legate a una struttura temporanea».
– Dal punto di vista urbanistico, cosa cambierebbe?
«Innanzitutto, la tangenziale diventerebbe un elemento di separazione naturale tra lo stadio e il quartiere residenziale, riducendo le criticità che oggi si verificano nei giorni di partita. Ma soprattutto si libererebbe un’area enorme, quella attuale del Bentegodi, che supera i 220mila metri quadrati se consideriamo anche parcheggi e spazi verdi».
– E come potrebbe essere utilizzata?
«Una parte potrebbe essere valorizzata per contribuire al finanziamento del nuovo stadio, riducendo così il fabbisogno di risorse pubbliche. Un’altra parte potrebbe finalmente ospitare il parco della Spianà, che è atteso da anni. E poi c’è il tema dell’housing sociale e delle attrezzature sportive: funzioni che rispondono a bisogni reali della città e che potrebbero trovare spazio in questo contesto».
– Quindi non si tratta solo di uno stadio…
«Esatto. Il punto è proprio questo: uscire da una logica settoriale. Qui non stiamo parlando semplicemente di dove far giocare una squadra di calcio, ma di come ridisegnare un pezzo importante di Verona. Il nuovo stadio potrebbe diventare una sorta di cerniera urbana, collegando il futuro parco della Spianà, il centro Don Calabria, il Payanini Center e il Palasport. Oggi queste realtà sono tra loro isolate; domani potrebbero diventare parte di un sistema integrato».
– Spesso lo stadio viene visto come relativo solo al calcio.
«Ed è un errore. Uno stadio moderno, ben progettato e integrato nel tessuto urbano è un’infrastruttura per la città. Genera servizi, spazi, opportunità. Le sorti sportive dell’Hellas Verona dipendono dalla solidità della società, non dalla qualità dello stadio. Tenere distinti questi due piani è fondamentale per valutare con lucidità l’investimento».
– Uno dei problemi più sentiti dai residenti è quello dei flussi e dei parcheggi. Un nuovo stadio in via Sogare migliorerebbe davvero la mobilità?
«Avere la tangenziale come elemento di separazione e di accesso consente di progettare ingressi, viabilità e aree di sosta in modo più ordinato rispetto all’attuale situazione, dove lo stadio è “incastrato” nel tessuto abitato. Però il punto è un altro: un impianto moderno va pensato insieme al trasporto pubblico, ai percorsi pedonali e ciclabili, e a una gestione dei giorni-evento fatta di navette, prenotazioni e regole chiare. Se lo stadio diventa occasione per mettere a sistema queste misure, allora il quartiere ne trae beneficio anche quando non si gioca».
– In definitiva, cosa insegna questa esclusione da Euro 2032?
«Che forse è arrivato il momento di smettere di inseguire soluzioni parziali e iniziare a pensare in grande. Verona ha davanti a sé un’occasione: trasformare un problema in un progetto. Ma per farlo serve uno scarto culturale prima ancora che tecnico: scegliere una direzione, costruire un’alleanza tra pubblico e privato e misurare ogni passaggio su numeri verificabili, non su promesse. Se l’obiettivo è uno stadio sostenibile, la domanda non è solo “quanto costa costruirlo”, ma “quale città lascia in eredità”: più verde, più servizi, più accessibilità. È su questo che, secondo me, andrebbe aperta una discussione seria e finalmente condivisa».