Dal 6 al 15 marzo le stesse località in cui si sono svolte le Olimpiadi ospiteranno la XIV edizione dei Giochi invernali paralimpici. E lei assicura che proverà due sentimenti: fremito ed emozione. Lei è Francesca Porcellato, cresciuta in provincia di Treviso ma oramai stabilmente domiciliata a Valeggio sul Mincio, atleta che può vantare la partecipazione a dodici Olimpiadi nel corso delle quali ha vinto 14 medaglie (3 ori, 4 argenti e 7 bronzi) e svariate edizioni di campionati mondiali (6 vittorie) ed europei. La cosa straordinaria, oltre al numero di vittorie, è il fatto che questi successi sono stati raccolti in tre discipline diverse (atletica, sci di fondo e handbike) nel corso di oltre vent’anni di competizioni. Questa incredibile quantità di successi spiega bene il fremito che percorre la persona di Francesca per il fatto di non trovarsi a queste Olimpiadi al nastro di partenza e l’emozione di vedere le altre concorrenti (molte da lei ben conosciute) cimentarsi in gara. «Avrei certamente voglia di essere là, ma ogni cosa ha il suo tempo e io ritengo di aver già dimostrato il mio valore come atleta» dichiara la campionessa che, comunque, dovrebbe vivere l’emozione di essere l’ultima tedofora chiamata ad accendere il braciere olimpico a Cortina d’Ampezzo.
Francesca, del resto, è l’emblema del fatto che lo sport ti può cambiare l’esistenza. «Esso rappresenta una parte importantissima della mia vita – racconta l’atleta – perché comunque vincere era il sogno che avevo da bambina, poi realizzato da adolescente nel migliore dei modi perché ho fatto tantissime cose. Ho incontrato l’amore, infatti il mio allenatore è anche il mio compagno. Ma poi lo sport è diventato la mia professione. Al di là di queste cose, è stato molto importante anche proprio per la mia formazione come persona: mi ha insegnato ad abbattere tutti i limiti, a tentare sempre, a crederci sempre, a cadere ma poi a rialzarmi».«La cosa che mi piace tanto dello sport è che mi ha fatto andare in giro, incontrare tantissima gente, portare la disabilità a conoscenza di queste persone che mai l’avrebbero conosciuta altrimenti. Non solo io, ma anche gli altri ragazzi che fanno le cose come me. E questo è importante perché stiamo facendo cultura, mostrando proprio con l’esempio che della disabilità non bisogna avere paura, l’importante è conoscerla. E poi dare speranza a chi purtroppo una disabilità la acquisisce, facendo vedere che la vita non finisce, ma continua e con buona qualità. A me i record non interessano molto, mi piace fare le cose, che dopo siano record o no non importa. L’importante è mettere nel cassetto e realizzare quello per cui ho lavorato».La sua storia inizia nei primi anni Settanta quando a soli 18 mesi viene investita da un camion nel cortile di casa. Riporta varie fratture tra cui una lesione midollare che la costringe a muoversi su una sedia a rotelle. A sei anni le danno la sua prima carrozzina: «Mi hanno regalato la libertà e mi è sorto subito un desiderio di farla andare veloce veloce. E da allora è diventata la mia compagna di vita, ma anche la mia compagna di giochi e in quel momento è nato il desiderio di essere un’atleta e far correre alla massima velocità questa carrozzina. Da lì è nato questo sogno di una bambina di diventare un’atleta e io ci creduto», prosegue Francesca. Negli anni Ottanta la disabilità veniva vista come un tabù e molti pensavano ancora che chi era afflitto da tale problema non poteva condurre una vita normale. «Ma io ho avuto la fortuna di avere due grandi genitori e i fratelli che mi hanno insegnato e mi hanno sempre considerato una persona normalissima, solo seduta. L’unica differenza rispetto a loro era che io ero seduta ma potevo fare tutto. E dunque ho percorso questo sogno di diventare un’atleta anche quando tutti mi dicevano: “Non ce la farai mai!”, “ma che sogno è?”, “ma sì, è un’utopia”. Tanto che a sei anni, quando mi hanno dato la prima carrozzina, c’era la gara di corsa alla quale avevo chiesto di essere iscritta, ma mi avevano risposto: “Non puoi, sei in carrozzina. Tutti corrono a piedi”. Io dicevo: “Vabbè, io corro con la mia carrozzina, non c’è nessun problema”. Ma loro avevano già i capelli ritti in testa, perché affermavo una cosa impossibile. Io ribattevo: “Non importa”. E poi mi dicevano: “Arriverai ultima”. “Non importa, io voglio correre, voglio essere un’atleta”. Tanto che un amico di famiglia aveva preso una medaglia e me l’aveva portata come regalo perché si era dispiaciuto del fatto che non mi avessero fatto correre. Io la rifiutai e dissi: “No, no, io la medaglia la voglio vincere con le mie braccia, non la voglio regalata”. E poi me ne sono fatta di regali...», ricostruisce la pluricampionessa che a 16 anni conosce una società sportiva per atleti con disabilità e inizia la sua avventura agonistica.Dopo gli esordi vittoriosi a livello nazionale nell’atletica, la consacrazione avviene nel 1988 alle Olimpiadi di Seul dove conquista una serie di allori nelle distanze brevi ma, successivamente, anche nella maratona, successi che proseguiranno ai massimi livelli fino ai primi anni Duemila. Nel quadriennio 2010-2014 passa allo sci di fondo e anche qui vince un’Olimpiade a Vancouver e altre gare importanti a livello mondiale. L’ultima disciplina in cui decide di misurarsi è l’handbike dove fra il 2016 e il 2020 ai Giochi olimpici conquista un argento e due bronzi.Un palmares che le fa guadagnare (anche per la sua folta chioma fulva e per essere riuscita attraverso lo sport a valorizzare al massimo la disabilità) l’appellativo di “rossa volante”.