Per quasi vent’anni la sua vita è stata scandita da allenamenti, gare, vittorie e sconfitte. Elia Viviani, classe 1989, nato a Isola della Scala e cresciuto a Vallese di Oppeano, ha attraversato generazioni e specialità diverse del ciclismo, costruendo una carriera unica tra pista e strada. L’oro olimpico nell’omnium a Rio 2016 resta il vertice, ma nel suo palmarès figurano anche vittorie di tappa nei tre grandi Giri, titoli mondiali ed europei e altre due medaglie olimpiche: il bronzo di Tokyo e l’argento di Parigi. Oggi, dopo aver chiuso la carriera agonistica nel 2025 con un altro titolo mondiale, quello dell’eliminazione, Viviani non ha abbandonato il mondo delle due ruote. Ha semplicemente cambiato prospettiva. È impegnato con le Nazionali italiane, lavora nella gestione e nella crescita degli atleti e porta la propria esperienza anche in altri progetti legati al ciclismo. Una nuova vita che gli permette di guardare con maggiore distanza a una carriera costruita con sacrificio, ambizione e una straordinaria capacità di reinventarsi.
– Viviani, partirei dal presente: dopo un’intera vita passata a gareggiare, com’è il suo nuovo percorso e che cosa significa continuare a occuparsi di ciclismo da un’altra prospettiva, con la Nazionale e gli altri incarichi?
«È un cambio di ritmo importante, che porta diversità. La priorità non è più l’allenamento, ma la gestione: in azienda, nella Federazione, con gli atleti e con le persone, cercando di far funzionare al meglio ogni cosa. La determinazione è la stessa che avevo in bicicletta, ma mi trovo in un mondo nuovo, nel quale devo ancora imparare tanto. Ci sto mettendo comunque tutte le energie che ho».
– Se guarda al ragazzo che ha iniziato a pedalare da bambino, qual è stato il momento in cui ha capito che quella bicicletta sarebbe diventata la sua vita?
«Ho sempre vinto, anno dopo anno, e ogni stagione era una conferma di quella precedente. Poi sono arrivate le prime gare internazionali, le medaglie, e contemporaneamente continuava a esserci soprattutto la cosa che mi piaceva di più: andare in bicicletta. Credo che intorno ai 17, 18, 19 anni abbia capito che potevo davvero rendere il ciclismo la mia professione».
– Ha vissuto senza dubbio una carriera straordinaria. Se dovesse però scegliere un solo momento, una vittoria, una gara da portare con sé, quale sarebbe?
«La vittoria olimpica a Rio 2016 è stata la soddisfazione più grande della mia carriera. È un successo che ti porta allo stesso livello dei grandi campioni degli altri sport. Era un obiettivo che inseguivo da tanti anni. Dopo Londra ho dovuto ricostruire tutto il percorso per arrivare fino a quel momento e, nonostante una bella carriera già alle spalle, quella medaglia d’oro è sicuramente ciò che mi rimane più di tutto».
– Andiamo allora proprio a quel giorno di Rio 2016. Che cosa ricorda di quei minuti prima di diventare campione olimpico e che cosa è cambiato dentro di lei dopo quell’oro?
«Di quelle Olimpiadi ho ricordi molto nitidi, come se fossero ieri, ed è bellissimo poterli rivivere. Non credo di aver mai riguardato tutte le mie gare, però quei momenti sono ancora chiarissimi, soprattutto gli ultimi dieci giri, quando dovevo solo arrivare in fondo per diventare automaticamente campione olimpico. Ricordo gli sguardi delle persone importanti per me in quel momento: i miei genitori, Marco Villa, Elena (Cecchini che nel 2022 è diventata sua moglie, ndr), che non era lì ma mi chiamò subito dopo. Sono immagini bellissime. Quell’oro, inoltre, ha sbloccato qualcosa. Le mie migliori stagioni su strada sono arrivate proprio dopo, tra il 2018 e il 2019. Avevo già vinto tanto su strada, ma una vittoria olimpica ti porta in un’altra dimensione».
– Sono passati dieci anni da allora. Come è trascorso per lei questo periodo?
«Sono stati anni in cui ho cercato conferme. Ci sono state stagioni in cui magari mi sono perso un po’ sulla strada e allora ho cercato rifugio nella pista, la mia specialità, quella che ogni volta mi permetteva di ritrovare certezze. Non sono stati dieci anni da dominatore su strada come quelli in cui, per alcune stagioni, ho vinto praticamente tutto ciò che potevo vincere. Poi, naturalmente, nell’ultima parte della carriera ho provato a raggiungere gli obiettivi rimasti, mentre i momenti belli inevitabilmente diminuivano. Credo comunque di non poter chiedere più di quello che ho avuto dalla mia carriera».
– Dopo aver vinto praticamente tutto, come si fa a trovare fino alla fine la forza per ripartire e continuare a vincere? Fino all’ultimo istante lei è stato un vincente.
«In realtà la scelta di smettere è arrivata proprio perché vedevo in me una difficoltà sempre maggiore nel fare le cose. Anche aumentando il sacrificio, non riuscivano più come volevo. E per un atleta questo pesa. Anche alla Vuelta dell’anno scorso ho fatto tutto quello che dovevo fare e sono andato vicino alla vittoria di tappa, ma proprio lì ho capito che non veniva più tutto così facilmente. Nonostante questo, ho sempre trovato la motivazione per dirmi: “Devo lasciare il segno”. È stato così anche all’ultimo Mondiale 2025. In tutti gli anni della mia carriera, compresi quelli più difficili, ho sempre cercato il momento in cui eccellere. Credo sia stata questa la mia forza nell’ultima fase».
– A proposito, una carriera così lunga è fatta anche di sconfitte e momenti difficili. Qual è stato il punto più basso e che cosa le ha permesso di superarlo?
«Le sconfitte sono quelle che ti insegnano dove devi lavorare di più e forse ti formano maggiormente. Se Rio mi ha dimostrato che, con un progetto vero e seguendo le tappe giuste, puoi arrivare al risultato, credo che il punto più basso sia stata l’Olimpiade di Londra 2012. Ero giovane, avevo 23 anni, ma avevo investito tutto su me stesso per quell’Olimpiade e per portare a casa una medaglia. Alla fine, non è arrivata. Per qualche mese ho pensato anche di lasciare la pista e concentrarmi sulla strada. Poi, però, tutto quello che è venuto dopo è stato anche merito di quella delusione. Ci sono stati altri momenti difficili. L’unica volta in cui sono arrivato fuori tempo massimo è stata al Giro d’Italia del 2016, proprio prima del grande successo di Rio. E come rammarico più grande ricordo sicuramente la tappa di Napoli al Giro del 2013, quando ho mancato la maglia rosa per mezza ruota contro Cavendish».
– A distanza di tempo, al di là delle vittorie e delle sconfitte, qual è la cosa di cui è più orgoglioso della sua vita nel ciclismo?
«Essere stato un esempio è sicuramente un motivo di grande orgoglio. E devo dire che sono orgoglioso anche del rapporto che ho avuto e che ho ancora con gli atleti. Sia su strada sia in pista, dagli avversari ai compagni di squadra, sono sempre stato visto come un punto di riferimento. Questo significa che, alla fine, il lavoro dell’Elia che ho cercato di essere ha pagato».
– Cosa direbbe oggi a un giovane ciclista che sta per intraprendere questo viaggio?
«Gli direi soprattutto di non complicarsi troppo la vita. Il ciclismo è cambiato molto negli ultimi vent’anni, ma rimane uno sport ancora tutto sommato semplice: per vincere devi pedalare più forte degli altri. Oggi si cerca il minimo dettaglio, ed è giusto farlo, ma bisogna cercare di fare le cose nel miglior modo possibile, con la massima dedizione, senza trasformare tutto in qualcosa di troppo complicato».