Camposanto lillipuziano nella terra dei Gaspari

E Grossule, Pomari, Masenelli...

| DI Redazione

Camposanto lillipuziano nella terra dei Gaspari
Piccolo, è davvero piccolo. Aggrappato a un dolce pendio, immerso tra pascoli e boschi, il cimitero di San Francesco, frazione di Roverè Veronese in Lessinia, è un’oasi di quiete. Girando tra le tombe è più facile sentire il cinguettio degli uccelli o il muggito di una mucca che il motore delle auto nella strada sottostante, che collega il paesello alla Val Squaranto e, dal verso opposto, a Camposilvano. 
Protetto da una cinta muraria e da un cancello in ferro, il camposanto accoglie circa 240 sepolture. Diverse sono antiche e – come ormai abbiamo imparato – quelle più datate le troviamo affisse sulle mura perimetrali. 
A colpire subito la nostra attenzione è la lapide che commemora il povero Giocondo Pomari, ritratto in foto: ci guarda vestito di tutto punto, gli abiti da militare, probabilmente della naja. Sotto, l’iscrizione spiega com’è perito, a soli 30 anni: “Fulminato da una saetta mentre attendeva al proprio lavoro nella malga Monticello di Velo, il 18 giugno 1926”. Che fine! Sarà stato sorpreso da un fulmine estivo mentre radunava il bestiame? Oppure mentre preparava il formaggio nella grande caldera appesa al ferro del camino? 
Non lo sappiamo, ma non sarebbe il primo a essere stato fulminato così in montagna... A piangerlo sono i fratelli e le sorelle, che lo additano come “esempio di bontà, amato da quanti lo conobbero”. La sua fine ci ricorda che, per quanto particolare, questa va annoverata tra le morti sul lavoro, purtroppo frequenti anche un secolo fa.
Poco distante, superate le cinque tombe di bambini all’ingresso, una bella lapide bianca con una ghirlanda scolpita commemora la famiglia Fiorentini e i suoi morti dal 1914 al 1926 (quattro ad appena 1, 2 e 3 anni d’età). 
Tra tanti decessi prematuri, spicca la longevità di Maria Bosco, “sposa e madre affettuosa, spentasi a 95 anni il 6 gennaio 1923”, ricordata dai figli Domenico e Celeste. Diversa sorte toccò a Luigia Pagani, una madre che morì invece poco più che quarantenne, nel 1931. 
Una croce in pietra, poi, è dedicata al maggiore Giovanni Morelli (?), di Astronapiana (Novara), morto il 25 novembre 1918. Perché è commemorato qui? Cosa sarà successo? Difficile ricostruirlo. 
Un volto di Cristo sofferente accompagna la dipartita di GiovanBatista Gaspari, “strappato all’afeto (scritto proprio così, ndr) dei suoi cari il 13 luglio 1924; lo ricordano la moglie e i figli Arcangelo e Fortunato. Vicino a lui, godono dell’eterno riposo altri quattro abitanti di San Francesco, raffigurati con tanto di foto: Arcangelo Gaspari (c’è da immaginare che sia il figlio citato pocanzi), nato nel 1876 e morto nel 1933; Ancilla Valle in Gaspari (1877-1957); Livia Gaspari (morta nel 1939, ma l’ultima cifra è sbiadita); Carmela Grossule in... Gaspari (1904-1932). 
Di Gaspari, qui, se ne contano parecchi, in effetti. Sulla parete di destra una delle quattro lapidi antiche è intestata a tale Gaspari Maria, nata nel 1843 e morta nel 1906, “vero modello di madre”. Ma questo – che è pure il nome di una vicina contrada – è il cognome più diffuso anche tra le tombe recenti, insieme a Pomari, Masenelli e Grossule. 
Spostandoci per il cimitero, tra le sepolture a terra scorgiamo quella di un sacerdote: don Marco Corradi (1919-2011), “arciprete di Corniglia (La Spezia)”, che – si legge – “spese la sua vita a servizio della religione e della famiglia”, ricordano i nipoti desolati. 
Le ultime tre lapidi che vediamo fanno tenerezza. È tenero l’epitaffio che accompagna Marco Bertoldi (1892-1909): “Innalsate (sic) una fervida preghiera alla cara memoria di Bertoldi Marco, così tragicamente rapito all’affetto dei suoi genitori e della sua famiglia”. 
Struggente è l’angelo che regge una croce nella mano sinistra, mentre con la destra lascia cadere un fiore in segno di lutto per “Anselmo Brutti di Chiesanuova, di anni 25, M. 17.5.1910, la madre e i fratelli”. 
L’ultima lapide, di Francesco Pomari (1847-1909), ha un che di poetico: “Quanto o morte ci rapisti! Quanto gli donasti”, si legge. A scriverlo sono “la moglie e i figliuoli don Augusto, Silvino, Emilio, Giocondo e Maria”. Poche parole, senza fronzoli, per racchiudere l’amore di una vita intera e la speranza di rivedere il proprio caro in Paradiso.

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