Solidarietà senza frontiere di medici e sostenitori

Giovanni Di Cera è dal 2003 il “papà” di Msf veronese

| DI Marta Bicego

Solidarietà senza frontiere di medici e sostenitori
Stare tra le macerie di Gaza; su un treno medicalizzato in Ucraina; tra le corsie di un ospedale di Herat, in Afghanistan, dove ogni giorno muore un bambino a causa del morbillo; tra la gente del Myanmar sfollata dopo il terremoto che lo scorso marzo ha colpito il Paese; tra le emergenze sanitarie del Sudan, stremato da un conflitto in corso da oltre tre anni. Essere nel cuore delle crisi umanitarie più dimenticate, per dare il proprio contributo, senza spostarsi da Verona. 
Ad insegnare come questo sia possibile è la dedizione di Giovanni Di Cera, instancabile volontario di Medici senza frontiere (Msf) da ben 25 anni. Perché, se si ha il desiderio di dare un proprio contributo a favore dell’umanità, sono tanti i modi in cui si può essere in prima linea: partecipare a una manifestazione con un banchetto, entrare nelle scuole e dialogare con i ragazzi che magari domani sceglieranno di diventare operatori umanitari («questa è la più bella Verona che merita di essere conosciuta per il valore umano», puntualizza); raccontare, in maniera imparziale, e denunciare che cosa accade nei 75 Paesi del mondo in cui Msf opera. 
«L’informazione è una componente importante», esordisce Di Cera, ricordando che Medici senza frontiere è nata «nel 1971 dalla fusione di due associazioni di medici e di giornalisti per la necessità di informare, coinvolgere e prendere coscienza di ciò che accadeva nel mondo. Perché se non racconti qualcosa, è come se non sia mai avvenuta».
– Cosa significa, di conseguenza, essere un volontario di Msf?
«Noi siamo quelli che hanno deciso di non poter stare alla finestra a guardare. Non possiamo andare in certi contesti, che non sono per tutti, ma entriamo nel circuito dell’associazione con attività sul territorio. Ora siamo in una fase di grande impegno e di reclutamento di volontari perché sentiamo la necessità di trasferire alla società civile il patrimonio di conoscenza che abbiamo grazie ai nostri progetti».
– Quando e perché si è avvicinato all’associazione?
«Sono ex direttore di un importante istituto bancario nazionale, responsabile marketing per il Triveneto. All’epoca Medici senza frontiere aveva come riferimento la mia banca e mi pervenivano dei depliant che dovevo distribuire alla rete per incentivare le persone ad acquisire nuovi sostenitori». 
 – Cosa l’ha colpita di questa realtà?
«L’immagine su un volantino mi ha riportato alla mia esperienza in seminario, alla mia indole di voler essere parte di un mondo più giusto. Mi sono informato sull’associazione che si occupa di solidarietà globale, internazionale e di fratellanza universale: tematiche che mi coinvolgono personalmente. E me ne sono innamorato. Lì mi sono reso conto che per me era più importante dedicarmi a quest’opera di sensibilizzazione che ai mutui. Quindi, raggiunta l’autonomia finanziaria e l’età della pensione, ho fatto una conversione totale dal mercato finanziario a Msf, chiedendo se potevamo aprire una sede a Verona quando ancora non erano previste a livello locale. Affiancato da mia moglie e da alcuni amici, ho insistito per portare l’organizzazione a Verona. Finché nel 2003 ciò è avvenuto ed è iniziata l’avventura. Oggi in Italia siamo presenti con 15 gruppi a livello locale, ma l’intenzione è di espanderci per avere un presidio in ogni capoluogo di regione. Msf ha capito che le realtà delocalizzate svolgono un’importante attività. C’è stata una rivoluzione della consapevolezza».
– Lo scenario geopolitico è in continua evoluzione. Com’è possibile “esserci”, anche a distanza, in modo efficace?
«Nella fase iniziale, gli aspiranti volontari sono accolti e accompagnati per spiegare cosa siamo e cosa facciamo, con trasparenza. È un periodo di reciproca osservazione: all’interno del gruppo dobbiamo evitare situazioni destabilizzanti, cerchiamo che le persone non siano esposte politicamente per salvaguardare i principi di neutralità, indipendenza e imparzialità che ci guidano. Questi sono i nostri cardini. Imparzialità significa non fare differenze perché, diversamente, tradiremmo quella che è l’etica medica per cui tutti hanno diritto di essere curati. Non tocca a noi giudicare chi ha torto o ragione, ma siamo anche testimoni. Ad esempio, sul genocidio che sta accadendo a Gaza sentiamo molto la necessità di comunicare. A Verona io sono anche il referente stampa e quotidianamente ho sul tavolo informazioni che arrivano da diversi luoghi in cui ci sono emergenze umanitarie. Il mio problema, oltre a interiorizzare ed evitare il burnout, è capire come fare per far conoscere cosa sta accadendo». 
– Nel tempo ha seminato tanto. Ha visto un cambiamento in questi anni nell’approccio delle persone a questi eventi così tragici?
«Essendo un’organizzazione che opera nell’emergenza, il nostro agire è legato a terremoti, epidemie, conflitti che esplodono. La nostra peculiarità è la logistica: essere sul posto prima possibile, perché prima arrivi e più vite riesci a salvare. A Verona, il gruppo di Msf è nato quando è scoppiata la guerra in Iraq e l’opinione pubblica era molto turbata, come lo è in questo momento. La gente vive la frustrazione di vedere queste crudeltà e di non poter essere attiva. Tra le varie risposte, c’è la volontà di avvicinarsi a quelle realtà che operano sul terreno, o finanziariamente o partecipando in prima persona. In generale, però, nella società c’è stato un calo generale della sensibilità verso il volontariato e l’impegno. All’epoca, avevamo file ai nostri banchetti: le persone volevano essere con noi. In generale, penso che dovremmo lavorare di più per risvegliare l’attenzione, soprattutto nei giovani».
– Nasce da qui l’impegno nelle scuole e con le giovani generazioni?
«Con i nostri progetti didattici, dalle aule accompagniamo i ragazzi in giro per il mondo per ricordare che sono parte dell’umanità e che ciò che accade nel mondo riguarda tutti. Li stimoliamo a chiedersi che cosa possono fare in concreto. L’altro giorno ho parlato con una docente che, a seguito di un nostro incontro, ha ideato un libro illustrato, vedendo il quale alcuni studenti si sono iscritti a Medicina. Questi sono i momenti in cui percepiamo il ritorno del nostro impegno. La nostra scelta è di credere in un mondo migliore, ma non ci basta, e i giovani diventano interlocutori importanti».
– E cosa guida personalmente il suo impegno quotidiano? 
«Sono socio con incarichi nazionali nell’organismo di vigilanza e di recente ho portato una raccomandazione a non banalizzare il termine “senza frontiere”, ad essere cittadini del mondo. Un agire concreto a favore dell’umanità, un invito a pensare e agire oltre i limiti imposti da culture, politiche e paure. “Senza frontiere” è un impegno che ci riguarda tutti, ora più che mai. È il sogno di un mondo dove ogni individuo possa avere accesso a ciò che gli spetta di diritto, senza restrizioni. Un mondo dove la solidarietà, la comprensione e l’amore siano le vere frontiere che uniscono». 
– Ci si sente mai impotenti rispetto alla grandezza di ciò che accade?
«Siamo tutti impotenti ma le dinamiche le gestiscono i governanti. La nostra comunicazione deve sempre salvaguardare chi opera sul territorio. Apertamente diciamo che a Gaza c’è un genocidio in corso. I nostri operatori che sono stati in tante zone di guerra non hanno mai visto situazioni simili. Cosa mi guida e mi motiva a continuare? Nella mia esperienza è l’articolo 1 della Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo, secondo cui “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”».
– Ritorniamo insomma a quella scelta iniziale. Al voler dare ascolto alla propensione verso le dinamiche universali più che a quelle individuali...
«Tuttora il mio scopo è coinvolgere altri, fare squadra per essere ambasciatori di una cultura della solidarietà tra persone che si aiutano a vicenda e non che si ammazzano. In Msf ho trovato chi mi permette di realizzare i miei sogni e le mie aspettative. Nella nostra sede, in via Corticella San Marco 6, c’è una biblioteca aperta a tutti per accompagnare le persone a entrare, attraverso i libri, nelle dinamiche umanitarie. Da ottobre, apriremo i nostri spazi agli incontri con “I giovedì dell’umanitario” e la presenza di operatori umanitari che racconteranno le loro esperienze. Il 18 e 19 ottobre saremo nelle piazze d’Italia (a Verona in Piazza Vittorio Veneto, Piazza Cittadella, Piazza Madonna di Campagna e Piazza dei Caduti) con l’iniziativa “Biscotti senza frontiere”. Se coltiviamo queste fiammelle, creiamo proseliti per far sì che il mondo sia come lo desideriamo».

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