La loro Africa, una vita spesa a seminare il bene

Coppia di Illasi ha dedicato le proprie capacità (lei sarta, lui fisioterapista) alle genti di Tanzania, Kenya, Ghana...

| DI Marta Bicego

La loro Africa, una vita spesa a seminare il bene
Squilla il telefono: è una chiamata dall’Africa. Nel rispondere, Augusto Zambaldo parla in swahili, la lingua ufficiale della Tanzania. Serve una consulenza per un piccolo paziente e le tecnologie, oggi, permettono di fare anche questo: accorciano le distanze. È utile a maggior ragione adesso che Zambaldo e la moglie Laura Dal Bosco sono rientrati in Italia, a Illasi, dopo aver vissuto a lungo in terra africana. In diverse esperienze, l’ultima delle quali appunto in Tanzania. Con un legame che ancora non si è spezzato. 
«Siamo rientrati lo scorso giugno. Per sempre? È una parola troppo definitiva», esordisce il fisioterapista che ha trovato in Africa la possibilità di mettersi al servizio del prossimo. Con questa motivazione e al seguito la famiglia, allora composta dalla moglie e dalla figlia Giulia, nel 1987 ha preparato la valigia con destinazione Ghana per operare nell’associazione Amici di Raoul Follereau (Aifo). Rientrati in Italia e nata la seconda figlia, Giulia, sono seguite altre partenze: nel 1990 verso il Kenya con il Cuamm per un progetto di riabilitazione per bambini con disabilità; nel 1994 verso il Ruanda e la prospettiva di lavorare con l’organismo tedesco Cbm, ma per le avvisaglie del genocidio la rotta è stata deviata prima in Malawi e dopo in Tanzania. Paese nel quale dal 1995 hanno vissuto, se si esclude un periodo di tre anni in Congo, continuativamente tra le città di Dar es Saalam, Moshi e soprattutto a Iringa dove il fisioterapista illasiano ha coordinato le attività di una onlus di Vicenza, Asvet (Associazione Veneto-Tanzania), piccola ma motore di parecchie iniziative concentrate nell’ospedale regionale. 
«Nel tempo si sono susseguiti molti progetti che hanno interessato la pediatria, la ginecologia, la chirurgia, soprattutto ortopedica. L’ultimo, che riguarda la ristrutturazione della fisioterapia e la formazione del personale, è stato finanziato dalla Cei e partirà a breve», spiega, ed è il motivo per cui i legami con l’Africa non si sono ancora allentati. La struttura che accoglie le attività di riabilitazione, prosegue, «è fatiscente oltre che limitata negli spazi. La sua ristrutturazione era una delle cose che io desideravo fare nell’ottica di erogare servizi migliori e di creare un punto di riferimento per la formazione di varie figure professionali: fisioterapisti, terapisti occupazionali e logopedisti senza trascurare le componenti dell’audiologia e della psicologia». La speranza è di avviare le opere nella seconda parte di quest’anno. In parallelo, prosegue l’affiancamento nel portare avanti le attività: eredità che significa autonomia di quelle popolazioni. 
Questa è una filosofia, unita all’attenzione verso le fragilità, che Zambaldo condivide con fra Paolo Boldrini, missionario dei Frati Minori Rinnovati, le cui esistenze si sono intrecciate in terra tanzaniana (vedi box) nel 1997, ma un primo contatto era avvenuto negli anni in cui entrambi hanno frequentato il Seminario. «Io lavoravo nell’ospedale e lui ci portava i bambini. Poi noi siamo partiti per Congo, ma una volta rientrati a Iringa, abbiamo intensificato i contatti».
La moglie di Zambaldo, sarta di professione, ha avviato una serie di iniziative di microcredito per supportare le fasce deboli, in particolare un laboratorio che produce accessori in materiali locali dal design italiano e i fondi raccolti sostengono un orfanotrofio. «Quando sono venuta via, ho regalato le attrezzature del laboratorio di cucito e due delle tre donne lì occupate hanno deciso di continuare», riferisce lei.
I frutti del nostro impegno, spiegano, li raccogliamo nei bambini, nei genitori e nelle famiglie. «Tra i tanti servizi che sono stati messi in piedi, quello dell’officina ortopedica ha dato un tocco in più – interviene il marito –. Persone che non camminavano più, sono tornate a farlo con l’aiuto di una protesi: a giovani, meno giovani e bimbi è stata data una speranza». C’è un gesto che non dimenticherà mai: «Una signora, nonna di un bambino che abbiamo aiutato perché gli serviva una doppia protesi, è tornata in ospedale con un sacchetto. Dentro c’erano cinque uova, preziose perché non aveva niente altro. Sono queste le più grandi soddisfazioni che ti porti dentro per tutta la vita».

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