Al ragioniere in pensione non tornano i conti. E, in deroga alla sua precisione, ne ben è felice perché in tanti anni è più quello che ha ricevuto in cambio rispetto a ciò che ha dato. I numeri servono a misurare l’impegno decennale nel volontariato da parte di Orazio Zoni: ore ed ore nelle quali ha catalogato libri, risposto al telefono, guidato pulmini, organizzato gite, battuto i tasti di un computer, controllato elenchi, scritto poesie e racconti, fatto camminare ragazzi che hanno qualche difficoltà negli spostamenti, innescato sorrisi con la sua educata ironia. Un’occupazione piuttosto impegnativa, però rigorosamente non retribuita: questo è, per il settantottenne che abita a Montorio, il requisito irrinunciabile dell’essere volontario.
«Il mio destino è stato andare in pensione giovanissimo, avevo 54 anni. Come dico sempre: sono nato alla Sip e sono stato rottamato alla Telecom assieme a tutti quelli della mia età...», esordisce Zoni, scherzando. Originario di Parma, come denuncia tuttora la sua inflessione emiliana, si è trasferito a Verona per amore (ha sposato infatti una veronese) oltre che per la sua professione nell’ambito della telefonia. La prospettiva era quella di cambiare città o di optare per il pensionamento per dedicarsi alla cura del papà, rimasto nel frattempo vedovo; però, un mese prima di andare a firmare, l’anziano familiare ha iniziato a star male e purtroppo è morto, «così mi sono trovato a non aver nulla da fare...». E invece...
Invece quel concatenarsi di eventi della vita, unito a una generosa intraprendenza, ha aperto la via a una nuova professione non remunerata ma parecchio gratificante: prendersi cura, gratuitamente, del prossimo. I primi passi da volontario li ha mossi nel 2002 dove lavorava la figlia, vale a dire nella comunità educativa per minori San Benedetto, realtà che fa capo all’istituto don Calabria. «Per prima cosa ho sistemato la biblioteca: erano migliaia di libri e mi ci sono voluti due anni – ricostruisce –. Arrivavo in ufficio per primo la mattina e, pian piano, ho conquistato la fiducia di tutti. Poi, visto che nessuno rispondeva al telefono, mi sono dedicato alla segreteria. Una mia grande conquista è stata far assumere un’impiegata, che da subito ho affiancato nell’attività quotidiana e alla quale ho insegnato ad utilizzare il computer». Nel periodo successivo, continua, «ho trascorso due anni bellissimi ad insegnare ai minori stranieri non accompagnati lingua italiana e matematica. Mi chiamavano maestro ed è stato come realizzare il sogno che avevo quando ero giovane: appena concluso il servizio militare, avrei voluto diventare insegnante, sebbene alla fine sia andata diversamente...».
Il legame con l’istituto don Calabria prosegue tuttora, visto che Zoni si occupa della distribuzione dei due bimestrali Apostolato degli infermi e L’Amico. Alla tastiera del pc, sulla scrivania dell’Ufficio missioni o da casa in smartworking dal periodo del Covid-19, è incaricato di aggiornare gli elenchi con i dati degli abbonati: disdette, decessi, resi postali, nuovi iscritti; calcola le copie da stampare e ne segue la distribuzione in Italia e in diversi Paesi del mondo; cura i rapporti con lo stampatore e le spedizioni; visto che il giornale L’Amico non è in abbonamento, controlla le offerte ricevute e soprattutto scrive le lettere di ringraziamento («“Ringraziare... è doveroso”, diceva sempre san Giovanni Calabria», ci tiene a puntualizzare). Sono diverse attività che descrive con precisione e coinvolgente entusiasmo.
A Zoni si illuminano gli occhi quando comincia a raccontare del servizio di volontariato che, in parallelo, ha svolto per oltre vent’anni alla Monteverde, la cooperativa sociale operativa dal 1986 nell’Est Veronese e in Lessinia nello sviluppare servizi a favore delle persone con fragilità e disabilità. Con le parole e un pizzico di commozione, il generoso pensionato riavvolge il nastro di questo incontro a partire dalla afosa estate del 2003: «Ho una casa a Sant’Andrea di Badia Calavena e un giorno ho visto passare un pulmino della cooperativa. Un’educatrice del paese mi ha invitato a visitare la sede, che all’epoca si trovava a Tregnago. Ero convinto che quel capannone fosse una fabbrica di bancali, invece – ricorda – quando ho varcato la soglia, ho trovato un gruppo di ragazzi e di operatrici che stavano preparando uno spettacolo di burattini, La primavera che scompare. L’ho considerato il riflesso del mio stato di neo-pensionato».
Vista anche l’attitudine al teatro (Zoni ha recitato pure in una commedia del regista Alessandro Anderloni), è stato amore a prima vista, reso concreto in una frequentazione che è proseguita quando la sede è stata trasferita a Badia Calavena, in via Conca delle Perle: «Alla Monteverde – confessa – ho trovato una nuova vita: sono stato accolto da persone che mi vogliono bene e sono piene di voglia di vivere, nonostante le difficoltà. D’estate andavo tutte le mattine mentre d’inverno, con il freddo, soltanto il mercoledì. Là ho riscoperto la passione per lo scrivere racconti e poesie, guidavo il pulmino ed ero diventato per i ragazzi “l’uomo delle gite”. Là non ho trovato utenti, come li definisce la burocrazia, ma persone e operatori che si prendono cura in modo amorevolmente materno».
Tuttora Zoni mantiene il legame con la Monteverde: si mette a disposizione per vendere i biglietti della lotteria o per fare compagnia alle persone che frequentano la cooperativa. A volte basta poco: un sorriso, una carezza, una frase gentile; una passeggiata all’esterno o lungo il corridoio, un metro dopo l’altro, sono boccate d’ossigeno.
«Il piccolo mondo della Monteverde è diventato il mio mondo – conclude –, tanto che ancora oggi, quando affronto l’ultimo tornante della Conca delle Perle, il nome ricorda le perle di san Giovanni Calabria, cioè i ragazzi dell’Opera. Allora provo una sensazione e un’emozione che mi colmano il cuore di gioia».