Giulia, missionaria laica sulle orme della fede

Da sempre a fianco dei comboniani, la ragazza è ora inKenyadopo varie esperienze in supporto degli ultimi della Terra

| DI Silvia Allegri

Giulia, missionaria laica sulle orme della fede
“L’età di Cristo è l’età giusta per fare una scelta importante”. In una sala della Casa Madre dei Comboniani, seduta di fronte a me, Giulia Lampo, 33 anni, ha ripercorso il cammino che l’ha portata, a lasciare l’Italia per partire alla volta del Kenya. E per la precisione a prestare il suo servizio di missionaria comboniana laica in un progetto, avviato a Kitelakapel, di Life Skills, un accompagnamento delle persone mirato a far emergere le loro potenzialità per raggiungere un benessere psicofisico ed emotivo. A questo si aggiunge l’aiuto ai giovani, che la vedrà collaborare anche con le scuole della zona e con il dispensario locale, gestito dalle suore francescane di San Giuseppe-Asumbi, e impegnarsi inoltre in attività pastorali. 
Ecco la storia che ha preceduto la sua partenza.
Una fede che cerca la propria strada. Quella di Giulia è una storia di crescita e di dubbi, di prove e di scelte maturate negli anni grazie a un lungo lavoro di introspezione. Una storia in cui forse tanti di noi possono ritrovarsi, almeno in alcune tappe dell’esistenza. 
«Mi ero scontrata, in adolescenza, con una fede che non incontravo nelle chiese. Nonostante avessi avuto la fortuna di avere a San Nicolò due preti straordinari come don Marco Campedelli e don Roberto Vinco, che mi insegnavano una libertà, un amore e un perdono grandissimi come scelta di fede, insomma un apostolato sociale e il servizio nel volontariato, in tanti parrocchiani e tante altre chiese che avevo attorno non mi ci rivedevo. Sono credente o non credente? E se sono credente e il mio Dio è credibile, perché fuori non lo incontro? In molti ambienti non lo sentivo e non lo vedevo. Così la mia crisi di fede mi ha portato lontano dalla Chiesa». 
L’esperienza della comunità. Una volta conseguita la laurea magistrale in Scienze della formazione primaria, nel 2018 Giulia è partita per il Portogallo per un incarico di docenza di un anno. «Subito dopo il mio arrivo, sentendo forte l’esigenza di un’esperienza di vita condivisa, ho trovato una comunità di comboniane a Fetais, nella periferia di Lisbona, in un quartiere popolato di immigrati. Le sorelle, una messicana e una spagnola, si occupavano di una comunità di zingari e dei tanti migranti provenienti soprattutto da Capoverde e Guinea Bissau: arrivavano in Portogallo malati, per ricevere delle cure, ma poi non avevano i mezzi per rientrare o integrarsi e così vivevano in condizioni di estrema povertà. Lavoriamo con gli ultimi, mi ha detto una sorella un giorno. E io questa parola me la ricorderò per tutta la vita. Loro, quei poveri, erano gli ultimi, ma anche io ero l’ultima, in un sistema sociale dove mi sembrava di vedere tutti realizzati mentre io non sapevo che strada prendere». 
Quella di Fetais è stata per Giulia l’esperienza di conversione più intensa della sua vita: «Mentre io continuavo a insegnare a Lisbona, e ogni giorno facevo 60 km per andare a lavorare, quelle sorelle intanto hanno fatto, con me e con i poveri, quello che la Chiesa dovrebbe fare sempre: accompagnare amando, come ama Dio, e lasciandoti libero. Ho rivisto nella mia quotidianità il passo del Vangelo che è poi il senso della missione: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito».
Il ritorno e un nuovo cammino laicale. «Alla fine dell’anno io sarei voluta rimanere, anche perché avevo vinto il dottorato di ricerca, ma le sorelle comboniane mi hanno consigliato di prendermi del tempo. Se sarà fiamma che brucia, tornerai. Oggi, a distanza di tanti anni, ho capito: anche questa è l’opera educativa della Chiesa, accompagnare sin dove si può, lasciare andare quando è giusto farlo e avere sempre a cuore il bene della persona. Mi hanno amata come ama Dio». 
Giulia ha proseguito gli studi e si cercava un lavoro solo nel periodo estivo, perché intanto le era sorto un dubbio: partire poteva essere una fuga? Così, rientrata a Verona, ha iniziato a frequentare il Gim (Giovani e Missione), per conoscere più a fondo la famiglia comboniana. 
Un cammino durato due anni: «Con loro ho fatto i discernimenti, percorsi necessari per compiere delle scelte. Successivamente ho partecipato ad alcune esperienze di apostolato sociale, di servizio, con gli ultimi: sono stata a Ventimiglia, dove c’era il passaggio dei migranti tra Italia e Francia; a Trieste, dove ho conosciuto i volontari che curano le ferite dei piedi dei migranti sulla tratta balcanica; a Lampedusa, dove arrivano i sopravvissuti ma anche i cadaveri del Mediterraneo; a Castel Volturno, luogo della tratta della prostituzione nigeriana». Esperienze che portano al limite: «Il missionario è in una periferia non solo geografica, ma esistenziale. Mi chiedevo: la fede è certezza o è ricerca? E se è ricerca, di che cosa è ricerca?».
Giulia si è resa conto che il discernimento religioso non era la sua strada e ha iniziato a valutare l’esperienza laicale. «Mi spaventava molto, intanto perché i laici, al ritorno dalla missione, non hanno una comunità dove vivere. E poi mi interrogavo sul senso di identità e di appartenenza: vita matrimoniale, o vita religiosa?».
Giulia ha scelto di prendere in mano la vita laicale e crearsi un senso di appartenenza all’interno della famiglia comboniana. «Papa Francesco credeva nella chiamata laicale come strumento di evangelizzazione». 
Un’esperienza con una Ngo in Mozambico le ha fatto comprendere che le mancava l’aspetto della fede, e dunque ha proseguito il discernimento, frequentando un gruppo di laici a Verona e facendo con loro altre brevi esperienze di missione: Etiopia, di nuovo Mozambico, Kenya. «Ritrovare la condivisione che c’è in una comunità mi ha riportato alla mia conversione del 2018».
 La partenza. Giulia ha deciso che era arrivato il momento di “saltare” nella vita laicale e dopo una formazione, come avviene sempre prima della partenza alla volta di una periferia geografica, ha preparato la valigia ed è partita per il Kenya. 
L’abbiamo salutata alla vigilia della partenza: tanta emozione, qualche lacrima, mentre ha salutato i padri, i fratelli e le sorelle che l’hanno accompagnata in questo percorso. Ma il sorriso c’era in ogni istante, così come la consapevolezza di essere parte di una grande famiglia. «Alla Messa di invio che abbiamo celebrato in cappella comboniana, hanno scelto una canzone fuori programma, le cui parole dicevano: tutto è possibile. E io ho visto l’amore vincere e ho visto tante vite cambiare. Ed è questo che voglio annunciare e condividere, dopo una vita in cui mi sono sempre messa in discussione: la mia esistenza è cambiata grazie a un’esperienza di vita insieme».
Giulia è in Kenya adesso e noi siamo connessi con lei. In attesa di ricevere gli aggiornamenti sulla vita della sua nuova piccola comunità.

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