Beniamino, la memoria di mons. Ferrazzetta

Da Selva di Progno alla Guinea Bissau: una vita di impegno

| DI Marta Bicego

Beniamino, la memoria di mons. Ferrazzetta
La chiave gira veloce nella serratura. Con la porta della casa-museo di mons. Settimio Arturo Ferrazzetta che si spalanca in una giornata di tiepido sole di dicembre, insieme si apre un mondo del quale Beniamino Gaiga (nella foto) è uno dei custodi. 
Nella contrada Bernardi – tra le mura dell’abitazione che diede i natali al primo vescovo della Guinea-Bissau, originario proprio di Selva di Progno – cimeli, arredi, lettere e oggetti: raccontano con una ricercata semplicità il legame che tuttora unisce la Lessinia a un angolo remoto dell’Africa. E se questo sottile ma resistente filo rosso continua a mantenersi teso è grazie alla voce di testimoni come Gaiga. In pensione dopo aver lavorato per 26 anni in Comune, è attivo su tanti altri fronti: nella Pro loco, nel gruppo alpini, nella cooperativa sociale Monteverde di cui è socio. 
Gli si legge negli occhi che è una persona sinceramente attenta alle fragilità del prossimo. Non a caso, quando nel 1977 il francescano Ferrazzetta fu nominato Vescovo, poco dopo si rivolse a lui e ad altri del paese per ricevere aiuto nel realizzare ciò che aveva in mente. «Un anno la raccolta del ferro fruttò ben 18 milioni di lire», ricorda. Nel 1981 partirono in undici per iniziare a gettare le basi della missione di Tite: allora un manipolo di case e una chiesa adibita a dispensario. Un seme poi germogliato e divenuto un albero dalle ampie fronde, simile a quello che è parte dell’allestimento della casa-museo a cura dell’artista Andrea Ciresola. 
«Il primo anno siamo partiti un po’ da sprovveduti. Oggi, a un giovane che decide di fare un’esperienza simile alla nostra, consiglio di studiare e documentarsi prima di andare», ricostruisce. «Là abbiamo visto un mondo totalmente diverso dal nostro, oltre a tanta povertà. Ma abbiamo trovato anche alcune cose positive che mons. Ferrazzetta ci ha insegnato: l’ascolto, il dialogo, il saper aspettare e valorizzare al meglio ciò che si ha. È stato tutto un incontro». Con una semplicità autentica. Con chi gioisce per le minime cose. Con il dolore generato da una malattia come la lebbra visto che, appena arrivato in Africa, il missionario Ferrazzetta aveva prestato servizio nel lebbrosario di Cumura, a una quindicina di chilometri da Bissau, dove aveva incontrato i più poveri tra i poveri che vivevano abbandonati e nelle peggiori condizioni igienico sanitarie.   
Tanti sono i segni ancora visibili di questo carisma. Tra cui la stessa casa-museo, riaperta nel 2019 da numerosi volontari che non hanno avuto esitazione nel rimboccarsi le maniche: «Era completamente abbandonata e probabilmente sarebbe finita distrutta se non l’avessimo presa in mano e restaurata. Sistemarla era doveroso per avere un luogo in cui ricordare mons. Ferrazzetta, visto che lui era nato qui ed è vissuto fino ai 13 anni. Abbiamo scelto pochi oggetti ma simbolici per trasmettere la sua vita, l’esperienza, gli insegnamenti». Per la storia del paese, continua Gaiga, «la sua nomina a Vescovo ha segnato un capitolo importante. Essendo morto il 27 gennaio 1999, è poco conosciuto dalle giovani generazioni. Questo è il motivo per cui da giugno a settembre oppure su prenotazione apriamo alle visite guidate».     
Cosa colpisce di più i visitatori? «Il suo essere una figura semplice, molto concreta e vicina alla gente indipendentemente dalla fede religiosa. In Guinea era una figura benvoluta e al tempo stesso autoritaria ma con un grande carisma», risponde, accompagnando di stanza in stanza, il “cicerone”. Il quale a sua volta, proprio grazie a questo legame indissolubile, ha imparato «ad osservare la vita in maniera diversa, ad apprezzare ciò che si possiede. Ad esempio il fatto di poter spegnere e accendere la luce o di aprire il rubinetto e avere l’acqua corrente con cui farsi una doccia senza usare secchi d’acqua attinta al pozzo, usando una lattina per risciacquarsi. Una quotidianità semplice». Non per questo meno arricchente, anzi.
Oltre all’esempio illuminante di mons. Ferrazzetta, qualcosa c’è nel Dna della famiglia Gaiga. Un fratello, Riccardo, parte e rientra dalla Guinea Bissau per dedicarsi a opere di volontariato: ha fatto arrivare a Verona due ragazzini perché potessero ricevere cure sanitarie e proseguire gli studi; don Gioachino, sacerdote ora collaboratore nella parrocchia di Sant’Anna d’Alfaedo, è stato per vent’anni in missione a Cuba. Tuttora dall’alta valle di Illasi, la generosità raggiunge non soltanto l’Africa ma il Libano, dove dal 2003 padre Damiano Puccini con l’associazione Oui pour la vie. È la dimostrazione di come le fronde di quel seme, divenuto un albero rigoglioso, continua a produrre gemme di altruismo a diverse latitudini. 

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