Il giovane Agostino stava ricercando la verità con spasimo. Purtroppo, nella ricerca della verità, cadde preda di una setta, quella dei Manichei, che andavano proclamando “verità, verità!” (Confessioni III,6.10). Irretito com’era nel Manicheismo, Agostino precisa: “Mi sentivo spinto, per così dire punzecchiato, a dare ragione a quegli stolti ingannatori, quando mi domandavo da dove deriva il male; se Dio fosse delimitato da una forma corporea; se avesse capelli e unghie… Ignaro com’ero, rimanevo turbato da queste questioni e mi sembrava di procedere verso la verità proprio mentre mi allontanavo da essa, in quanto non sapevo che il male non è se non una privazione del bene fino al suo completo non essere” (Ivi III,7.12): formidabile e acuta definizione di male! Come a dire che le tenebre non sono una cosa, ma la privazione della luce. Agostino svela lo stato d’animo di chi si crede nella verità indiscutibile, mentre di fatto si sta allontanando da essa. È la condizione di quanti, giovani o meno giovani, per caparbietà e ostinazione, si intestardiscono nelle loro posizioni mentali, indisponibili ad ogni forma di dialogo veritativo e di ricerca disarmata della verità. In genere tale atteggiamento è offuscato e blindato da una vita etico-morale alquanto rilassata, nella quale la verità è prigioniera dei comportamenti. Soltanto quando si dissipano le tenebre della condotta di vita immorale la verità torna luminosa nella mente. Il Manicheismo ha avuto presa su Agostino per il suo dualismo: da una parte sta il bene, la luce, lo spirito; dall’altra sta il male, le tenebre, il corpo. Due forze simili a due masse con una certa, pur larvata, materialità, in perenne conflitto. Dirà più oltre: “Io credevo che Tu, Signore mio Dio e Verità, fossi un corpo luminoso e immenso, e io un frammento di quel corpo” (Ivi IV,16.31). E del male, che cosa pensava? Ecco la sua risposta: “Credevo che anche il male fosse una qualche sostanza e avesse una sua massa tetra e informe” (Ivi V,10.20). Agostino, attratto dalla verità, ma anche travolto dalla libidine, si trovò a suo agio nel Manicheismo, in quanto si sentiva parte del corpo luminoso nel suo animo desideroso di verità, e, nel contempo, parte del corpo tenebroso del male per il suo corpo prigioniero della libidine sessuale. Finché non cominciò a prenderne le distanze, quando ebbe l’intuizione che il male non è una cosa, ma la privazione di un bene. Oggi l’esperienza di adesione al Manicheismo si potrebbe configurare con il fascino che esercitano religioni esoteriche e, in particolare, la cultura della New Age. L’adesione acritica a tali forme culturali denota però abdicazione al potere della ragione sulle suggestioni.
† Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona