La conversione in Agostino non è stato un fulmine a ciel sereno. È stata preceduta da un lungo travaglio interiore. Qui ne riproduciamo gli ultimi sussulti. Agostino sperimenta dentro di sé un conflitto assurdo, mostruoso. E si chiede che cosa gli stia succedendo: l’anima comanda al corpo e il corpo le obbedisce; comanda a se stessa e rimane inascoltata. Di fatto l’anima non vuole e non comanda del tutto. Questa è una malattia dell’animo: “Da dove proviene questa mostruosità? L’anima comanda al corpo e viene immediatamente obbedita. L’anima comanda di volere, eppure non lo fa. L’anima comanda a se stessa di volere. In realtà non vuole del tutto e quindi non comanda del tutto. Infatti in tanto comanda in quanto vuole e in tanto non avviene ciò che comanda in quanto non vuole, poiché comanda la volontà al fine di essere volontà, non un’altra, ma se stessa. Pertanto non comanda pienamente. Questa è una malattia dell’anima”! (Confessioni VIII,9.21). Quanto questo conflitto delle due volontà fa parte della psicologia moderna! Non è schizofrenia, ma un malessere interiore. Agostino non scarica su altri o sul fato la colpa dei suoi mali interiori. Chiama in causa il suo io, il quale vuole e non vuole o vuole e non vuole pienamente. Aveva coscienza del suo stato di malattia. Il fardello della mondanità a lungo vissuta gli pesava sulle spalle: “Ero io che volevo e io che non volevo; ero io. Io non pienamente volevo e pienamente non volevo. Perciò ero in lotta con me stesso e mi dissipavo da me stesso… Così io ero un malato. Dicevo a me dentro di me: ‘Ecco ora accada, ora accada’. Esitavo a morire alla morte e vivere alla vita; e su di me aveva più peso il peggio che il meglio a cui non ero abituato” (ivi VIII,10.22; 11.25). Agostino riconosce che le vanità della vita, sue vecchie amiche, lo stavano strattonando: “Mi trattenevano le frivolezze delle frivolezze e le vanità della vanità, mie vecchie amiche. Scuotevano la mia veste di carne e mi sussurravano: ‘Tu ci congedi? Da questo momento non saremo ulteriormente con te per l’eternità’. Quali sozzure mi suggerivano e quali cose indecorose! Mi pizzicavano di nascosto mentre mi allontanavo da loro, perché mi voltassi indietro. Tuttavia mi facevano ritardare. Indugiavo a strapparmi da loro e a scuoterle via da me e fare il balzo dove io ero chiamato, mentre la consuetudine violenta mi diceva: ‘Pensi di poter fare a meno di noi?’” (ivi VIII, 11.26). Intravvedeva la bellezza della meta da raggiungere, ma, nel contempo, sentiva l’attrattiva di ciò che lasciava. Davvero un momento drammatico. 

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