Uscito dall’Inferno a rivedere le stelle; reso puro e disposto a salire alle stelle con l’esperienza del Purgatorio; tutto orientato e proteso verso “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”, Dante viene elevato in cielo, in cui tutto rifulge della gloria di Dio, cioè della pienezza del suo Essere, distribuita in modo diffuso e non uniforme, secondo il suo progetto di ordine universale. In effetti, la terzina con cui Dante avvia la cantica del Paradiso suona così: “La gloria di Colui che tutto move / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove”. Persino nella vita spirituale la pienezza della sua vita, cioè la sua gloria, è accolta in modo differente; sicché ci sono Santi e Santi, nessuno uguale all’altro, come constaterà passando di cielo in cielo. Prima di procedere nella narrazione confidenziale della sua esperienza di Paradiso, Dante si auspica che, dietro a lui, piccola fiamma, altri poeti ne seguano l’esempio. A questo punto, riparte dalla cima del Purgatorio, nel Paradiso terrestre. È mezzogiorno. Il sole, simbolo di Dio, sta splendendo come in pieno meriggio. Dante vede Beatrice con gli occhi fissi sul sole. Da notare che tutto il Paradiso è luce solare, canto e danza. Tenta di fissare i suoi occhi sul sole, ma poi li ritrae come ferro dalla fornace e li fissa su Beatrice. Dante, infatti, per giungere a vedere Dio dovrà compiere un percorso spirituale che gli rafforzi la vista della sua fede. Per questo, Beatrice spiega a Dante che non è più sulla terra, ma sta tornando al cielo per cui è stato creato. E gli spiega pure come Dio ha creato tutto con ordine e armonia, tali da rendere l’universo simile, per certi versi e nella sua forma, a Dio. Spiega, infine, che Dio ha dotato l’uomo della libertà. Proprio l’uso e l’abuso della libertà fa la differenza radicale. Certo, Dio ha fatto l’uomo per l’alto, come il fuoco, cioè per Dio stesso. Purtroppo, quando si lascia catturare dai falsi piaceri verso i beni della terra, abusando della sua libertà, precipita nell’abisso del male.
Che cosa dice a noi Dante in questo tratto della cantica del Paradiso nel presente Anno giubilare? Anzitutto, che ognuno di noi accolga in sé la pienezza della vita divina, la sua gloria, dilatando il più possibile la disponibilità del cuore. Con umile sincerità. In secondo luogo, ci sollecita a tendere sempre a Dio mente e cuore, come il fuoco che tende per sua natura verso l’alto, senza mai lasciarci travolgere dai piaceri della vita terrena, assunti come scopo del nostro vivere.