“Chiamata alla guerra”: è l’espressione che gli esperti usano per dire che prima – e, a volte, a prescindere – della chiamata alle armi, che riguarda solo alcuni, c’è una propaganda bellicista rivolta a tutti. Lo spiegava bene, proprio 25 anni, fa la storica belga Anne Morelli, direttrice del Centro interdisciplinare di studi sulle religioni e la laicità dell’Università di Bruxelles.
Nel suo libro più importante, edito nel 2005 in Italia da Ediesse con il titolo Principi elementari della propaganda di guerra. Utilizzabili in caso di guerra fredda, calda o tiepida, elenca questi atteggiamenti costanti: il nostro capo non vuole fare la guerra ma è costretto dalle circostanze; l’avversario è l’unico responsabile dell’intero conflitto; il capo della parte avversa ha il volto del diavolo; noi difendiamo una nobile causa, non degli interessi particolari; il nemico commette consapevolmente atrocità, mentre se noi commettiamo degli “errori” è assolutamente involontario; il nemico usa delle armi non autorizzate; noi subiamo pochissime perdite, invece quelle del nemico sono enormi; gli artisti e intellettuali sostengono la nostra causa; la nostra causa ha un carattere sacro; coloro che mettono in dubbio la nostra propaganda sono traditori. Ai nostri lettori il tragico gioco di riconoscere tutto questo nell’oggi.
“Chiamata alla pace”: è il grido che si eleva, da quattro anni, il Venerdì Santo dalla città di Verona. La Diocesi, in collaborazione con il Comune e la Fondazione Arena di Verona, propone una Via Crucis che, come di fatto tutte quelle che avvengono anche in parrocchia, diventa occasione di riflessione e condivisione pure per chi abitualmente non si riconosce appartenente alla Chiesa, ma non rimane indifferente davanti al Crocifisso e ai crocifissi della storia.
Le necessità contingenti – i lavori dopo le Cerimonie olimpiche – che spostano l’evento fuori dall’Arena offrono due spunti particolarmente significativi. Il primo, che questa Chiamata sarà in piazza: la pace non è una questione che riguarda alcuni, non è di parte, non è confessionale, ma è pubblica e di tutti; e, allora, ben venga che non ci siano iscrizioni, che la gente si possa aggiungere all’ultimo o anche solo per una parte. Il secondo è che si andrà a creare una sorta di risposta all’appello che don Tonino Bello lanciò proprio in Arena il 30 aprile 1989: “In piedi, costruttori di pace”. Lo saremo in tanti fisicamente, al fianco di chi più fatica a stare in piedi, per cui saranno previste sedie e altre possibilità.