“Sì alla pace, no alla violenza”: era il motto del comizio che si stava tenendo la sera del 4 novembre 1995 in quella che allora si chiamava Piazza dei Re d’Israele, a Tel Aviv. Tra le persone che presero la parola ci fu Yitzhak Rabin che disse: «Vorrei ringraziare ognuno di voi che è venuto qui oggi a manifestare per la pace e contro la violenza. Questo governo, che ho il privilegio di presiedere con il mio amico Shimon Peres, ha scelto di dare una possibilità alla pace, una pace che risolverà la maggior parte dei problemi di Israele». Aggiunse poco dopo: «La via della pace è preferibile alla via della guerra. Ve lo dico da qualcuno che è stato un militare per 27 anni».
Rabin, in effetti, nato a Gerusalemme nel 1922 da una famiglia sionista, si unì da adolescente alla forza di combattimento regolare degli insediamenti ebraici (Yishuv) in quella che era la Palestina britannica, fu designato capo delle operazioni in quella che gli israeliani chiamano “guerra d’indipendenza” e gli arabi “la catastrofe” (era il 1948), divenne un ufficiale promettente delle forze di difesa israeliane (Idf) di cui plasmò la dottrina dell’addestramento, fu nominato capo di stato maggiore generale nel 1964 ruolo nel quale supervisionò la vittoria di Israele nella guerra dei sei giorni (1967).
Da politico si distinse per posizioni favorevoli a un processo di pace, che vide nel 1993 la firma degli accordi di Oslo, che istituivano l’Autorità nazionale palestinese, con il compito di autogovernare pur in modo limitato parte della Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Questo passo fu accolto con grande interesse dalla comunità internazionale – tanto da valergli il premio Nobel per la pace 1994 insieme a Shimon Peres e Yasser Arafat –, mentre in Israele non mancarono le forti critiche, soprattutto da parte della destra nazionalista e del partito conservatore Likud con il suo nuovo leader Benjamin Netanyahu.
Il sogno di Rabin e di molti fu infranto dai colpi di Beretta esplosi quel 4 novembre da un giovane estremista, Yigal Amir. Nell’immediato questo attentato sembrò accelerare il passo verso la pace, ma l’incertezza dei politici laburisti e gli attentati dei palestinesi interruppero il processo e si intraprese una nuova strada, affidata allo stesso Netanyahu. Trent’anni dopo siamo ancora qui a chiederci che direzione prendere, mentre le cicatrici delle violenze fanno sempre più male. Ricordiamo almeno alcune parole dell’ex militare diventato pacificatore: «Siamo destinati a vivere insieme, sullo stesso suolo, nella stessa terra».

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