Dopo una vita passata a ergersi come esperto e insuperabile commissario tecnico della Nazionale di calcio, l’italiano medio per qualche giorno è pure il perfetto presidente della Federazione italiana gioco calcio, quello che finalmente rivoluzionerà tutto e ci riporterà ai Mondiali; i pranzi di Pasqua e Pasquetta ne sono stati pulpiti perfetti.
Mi pare che, al di là di facili populismi, la situazione sia più complessa, riguardo lo sport in generale e il calcio in particolare che – pur rimanendo quello di cui tutti parlano e che ci offre ricordi comuni – non è ora il più spettacolare né il più “pulito”; chi guarda qualche partita ne è consapevole da tempo...
Un aspetto che è venuto a mancare in Italia è pure la capacità di portare con sé e proporre storie di riscatto attraverso un pallone: l’ultima è forse quella di Antonio Cassano, nato nel quartiere popolare di Bari Vecchia, abbandonato dal padre, cresciuto in una realtà complicata, conoscente più di alcuni ambienti malavitosi che dei banchi di scuola, ma che – come dice lui stesso – è stato poi salvato dal calcio, non solo da un punto di vista economico. Alcuni tifosi veronesi si chiedono ancora cosa sarebbe successo se in quell’estate 2017 avesse resistito un po’ di più... Sta di fatto che, dopo di lui, i giocatori italiani sembrano quasi fatti “in laboratorio”, tutti perfetti e tutti senza una storia particolare alle spalle (o quanto meno non raccontata).
Paradosso in tutto questo, è che la nazione in cui il calcio è ed è stato via di riscatto, è proprio la Bosnia-Erzegovina che andrà ai Mondiali al posto dell’Italia. Lo è stato in quel novembre 1996 in cui, con una Sarajevo appena uscita da un assedio dilaniante, proprio queste due Nazionali si sono affrontate in una storica amichevole nella quale per [...] la prima volta i campionissimi italiani incontravano giocatori che fuggiti all’estero avevano mantenuto il cuore bosniaco, una popolazione che cercava speranza, un mondo che voleva chiudere una pagina molto triste della storia recente. Trent’anni dopo a metterle una di fronte all’altra è stata una gara decisiva per le qualificazioni ai Mondiali conclusa ai rigori, con la “consegna” di almeno tre storie.
La prima riguarda Esmir Bajraktarevi, classe 2005, autore del rigore decisivo; nel 1995 i suoi genitori sono fuggiti appena in tempo da Srebrenica, teatro del terribile genocidio, rifugiandosi prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti dove è nato il figlio calciatore che ha raccontato: «I miei genitori hanno perso molti membri della loro famiglia. È una tragedia. È qualcosa che non dimenticherò mai, ovviamente. Srebrenica è qualcosa che non dimenticherò mai. Fa parte di me e di ciò che sono. La porto nel sangue». Dopo le categorie giovanili giocate con la Nazionale statunitense, ha scelto di dare il suo contributo al sogno della sua gente che si è realizzato con la trasformazione di quel rigore, dopo il quale Emir Suljagic, direttore del memoriale di Srebrenica, ha scritto sul suo profilo social: “C’era un piano affinché questo ragazzo non nascesse mai, affinché i miei figli non nascessero mai, affinché nessuno dei nostri figli nascesse mai. Le loro risate sono la nostra più grande vendetta”.
La seconda storia ci fa andare al quarantenne Edin Džeko che quei rigori non ha potuto tirarli per un problema alla spalla, ma che al termine ho voluto dedicare la vittoria ai suoi amici d’infanzia morti quando aveva 6 anni per lo scoppio di una bomba: doveva esserci anche lui in quel luogo ma aveva fatto arrabbiare la mamma e così quel giorno non l’ha lasciato andare a giocare a calcio con loro... e lo ha salvato.
Un terzo fotogramma ci fa pensare come quei rigori simbolicamente siano stati la riposta ai piani passati di pulizia etnica: in panchina, un tecnico con un rosario cattolico in mano, un altro che si è fatto il segno della croce con tre dita come si usa tra gli ortodossi, altri che pregavano Allah; e, al termine, tutti insieme – giocatori e staff – hanno cantato le canzoni dei Dubioza Kolktiv, un gruppo reggae e ska che unisce membri di tutte le comunità con testi apertamente contro il razzismo. 
Queste storie mi fanno guardare in maniera diversa alla sconfitta italiana, mi fanno riconciliare con il calcio e sperare a una narrazione rinnovata nei nostri mezzi di comunicazione, certo che – come ha detto papa Leone nel Regina Coeli del Lunedì dell’Angelo –, lo sport è chiamato ad essere “luogo di inclusione e di pace”.

Tutti i diritti riservati

!w-[42px] !h-[42px]
Sei un abbonato a Verona fedele e desideri consultare il giornale anche via web, sul tuo computer, su tablet o smartphone?
Lo puoi fare in modo rapido e gratuito. Ecco alcuni semplici passaggi per accedere alla tua edizione online e per installare l'App:

w-fullw-full