Dieci anni fa, 1° novembre 2016, moriva Tina Anselmi, a Castelfranco Veneto (Treviso), dove nacque il 25 marzo 1927 e visse a lungo, in un ambiente profondamente cattolico e presso il quale partecipò alla Gioventù femminile di Azione Cattolica.
A 17 anni fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 giovani da parte dei nazifascisti: da qui la scelta antifascista che la portò ad entrare nella Resistenza come staffetta partigiana con il nome di battaglia “Gabriella”; in quegli anni maturò pure il suo impegno politico all’interno della Democrazia cristiana, alla quale si iscrisse nel 1944.
A 41 anni fece il suo ingresso in Parlamento, nel 1968; nel 1976 fu la prima donna ministra della Repubblica italiana, al ministero del Lavoro; tra il 1978 e il 1979 fu ministra della Sanità. Nel suo mandato portò a compimento – con “ferma determinazione” come ricorderà il presidente Sergio Mattarella – la riforma che istituì il Servizio sanitario nazionale (Ssn). Fino ad allora l’assistenza sanitaria italiana era basata principalmente sulle mutue, e il livello di copertura dipendeva spesso dalla categoria lavorativa di appartenenza: con la legge 833 del 23 dicembre 1978 la salute divenne un diritto universale garantito a tutti i cittadini, indipendentemente dal territorio, dal reddito o dal lavoro svolto.
“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, direbbe Spiderman. Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, intervenendo all’incontro “La dignità umana non si misura ma si riconosce” (Salone dei vescovi, 12 ottobre) ha ricordato come oggi i medici abbiano strumenti di intervento fino a poco tempo fa nemmeno immaginabili, ma anche tre grandi orizzonti di responsabilità: verso i malati, verso il giuramento che hanno fatto e, appunto, verso chi ha voluto e custodito questo Sistema, oggi da tutti elogiato ma reso fragile.
I dati ci dicono che nel 2026 il Fondo sanitario nazionale è aumentato fino a raggiungere i 143 miliardi di euro: non sufficiente, però, rispetto a invecchiamento, aumento dei costi, carenza di personale. Nel 2024 il 9,9% degli italiani ha rinunciato a prestazioni necessarie per i tempi di attesa troppo lunghi; la spesa pagata direttamente dai cittadini rivolgendosi al privato è pari al 23,7% della spesa sanitaria totale, contro una media Ue del 14,9%.
Anche dalle scelte in ambito sanitario, ha ricordato Anelli, passa la costruzione della giustizia e della pace.