La decisione del Consiglio regionale del Veneto sul fine vita riporta al centro del dibattito pubblico una questione che, prima ancora di essere giuridica o politica, è profondamente umana. Dietro le parole fine vita, suicidio medicalmente assistito, autodeterminazione ci sono infatti persone concrete: chi è malato, le famiglie, chi cura e chi assiste. Ci sono la paura della sofferenza, il timore della dipendenza, la fatica di sentirsi un peso e, talvolta, il desiderio di porre termine a una condizione percepita come insopportabile.
La società pluralista nella quale viviamo chiede alla Chiesa di entrare in questo confronto con rispetto e con chiarezza. Rispetto per le istituzioni democratiche e per le diverse sensibilità presenti nella società; chiarezza, però, nel testimoniare la propria visione della persona e della vita. La prospettiva cristiana mantiene, infatti, una distanza precisa dal suicidio medicalmente assistito e da chi cerca di renderlo praticabile per via procedurale. Non considera, infatti, il procurare intenzionalmente la morte una forma di cura né ritiene che la morte possa diventare lo strumento attraverso il quale eliminare la sofferenza. Questa posizione, tuttavia, non significa affatto essere indifferenti al dolore di chi soffre. Al contrario. È proprio perché la sofferenza interpella radicalmente la nostra umanità che la risposta non può essere l’abbandono.
Qui si colloca una distinzione decisiva, che merita di essere compresa anche al di là delle appartenenze religiose. Una cosa è provocare intenzionalmente la morte per porre fine alla sofferenza; altra cosa è interrompere un trattamento sproporzionato o non più desiderato, lasciando che la morte sopraggiunga, da sola, ma con il sollievo delle cure palliative e con la compagnia [...] delle persone più vicine. Anche la medicina conosce questa differenza. La questione dell’intenzione è essenziale: si vuole anticipare la morte oppure alleviare la sofferenza accettando che la morte, quando è ormai prossima, possa sopraggiungere? Non è una distinzione puramente teorica. Dice qualcosa di importante sul significato della cura: la persona malata non viene identificata con la sua condizione e la sua dignità non dipende dalle sue condizioni fisiche, dalla sua autonomia o dalla possibilità di guarire.
Il punto decisivo dell’intera questione resta, dunque, quello di sviluppare ulteriormente una vera cultura delle cure palliative che sono un aiuto attivo per vivere: una medicina capace di alleviare il dolore, ma anche una comunità capace di sostenere, una famiglia che non venga lasciata sola, una società che sappia prendersi cura delle persone fragili. Ogni anno migliaia di persone muoiono senza cure palliative adeguate, senza assistenza domiciliare, con famiglie – e donne in particolare – che reggono l’assistenza nella solitudine totale. Non si tratta di giudicare chi desidera la morte a causa di una qualità di vita gravemente compromessa, ma di mettere a fuoco che la libertà di desiderare la propria fine potrebbe essere appesantita da un mondo che non ha saputo investire nella cura, o che lo ha fatto solo seguendo la legge del mercato. A volte, infatti, viene chiamata “scelta” il poco che una cultura dello scarto offre alle vite più fragili. In una condizione di abbandono, la libertà non è ancora libertà.  
È qui che il dibattito sul fine vita diventa anche un dibattito sulla società che vogliamo essere. Una società è davvero solidale se, davanti alla sofferenza, offre anzitutto cura, presenza e sostegno. Dovremmo chiederci se davvero l’autonomia è tutelata quando una persona fragile può sentirsi libera di chiedere la morte, ma non sempre trova adeguate risorse per essere accompagnata nel vivere.
La sfida, allora, non è decidere come una società debba normare il fine vita. È domandarsi se sappiamo ancora stare accanto a chi soffre, vegliare con chi ha paura di morire, consolare chi sperimenta la solitudine.
Davanti alla morte, credenti e non credenti possono certamente avere convinzioni diverse. Ma proprio in una società pluralista possiamo condividere almeno una responsabilità: fare in modo che nessuno sia lasciato solo davanti alla sofferenza. 
Per questo ciò che è urgente è costruire una cultura nella quale la vita, anche quando è fragile e prossima al suo termine, continui ad essere accolta, curata e accompagnata. Anche quando ci si trova di fronte a una persona con la bocca semi-aperta, che rantola con lo sguardo ormai opaco. 
Nei reparti, per queste situazioni, circolano soprannomi che nessuno vorrebbe sentirsi dare. Dicono insieme la fatica di chi cura ogni giorno e il rischio che corriamo tutti: far coincidere una persona con ciò che di lei si vede. 
Non si tratta di negare la morte, ma di imparare ad attraversarla senza abbandonare chi la sta vivendo e coloro che assistono nell’impotenza una vita amata. 
† Mons. Domenico Pompili
Vescovo di Verona

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