Sulle gradinate dell’Arena di Verona, cinque cerchi intrecciati come cinque sono le storie di legami indissolubili che questi Giochi olimpici ci lasciano da custodire. Anche in questa edizione, infatti, tra una gara e l’altra, sono emerse vicende che dicono qualcosa di più dello sport.
Francesca Lollobrigida ha raccontato come la nascita del figlio - che per tutti gli italiani è diventato uno di famiglia dopo l’abbraccio in diretta televisiva - abbia cambiato il suo modo di stare sulla pista ghiacciata. Non è soltanto una questione di organizzazione: la maternità le ha donato uno sguardo diverso sulla vita e un posto differente per la vittoria: non perde valore, ma smette di essere tutto.
Particolare la vicenda dei pattinatori Peter e Arianna Sighel. Lei, intervistata dopo la sua gara, ha pianto senza vergogna pensando al fratello, il suo eroe, la cui bravura non sempre si è tradotta nel risultato atteso anche per quelle che - agli occhi di molti - sono sembrate ingiustizie arbitrali. In quelle lacrime non c’era polemica, ma partecipazione. È l’esperienza di tante famiglie: sapere quanto vale una persona anche quando il cronometro non lo certifica.
Federico Tomasoni ha gareggiato portando nel cuore, e nell’immagine sul casco, il ricordo di Matilde Lorenzi, la fidanzata morta durante un allenamento sugli sci. Non ha trasformato il dolore in spettacolo; ha continuato a fare ciò che amavano fare insieme e ad essere un riferimento per i genitori di lei. Ci sono lutti che non si superano, ma si attraversano.
Ci sono poi Michele Boscacci e Giulia Compagnoni De Silvestro, coppia nella vita e nella staffetta mista di sci alpinismo, che li ha fatti conoscere, li ha messi alla prova tra salite e discese, senza smettere di camminare nella stessa direzione.
Infine Lisa Vittozzi che finalmente è riuscita ad arrivare all’oro nel biathlon dopo che per anni è stata bloccata dalla paura di non essere abbastanza: a trasferirle la fiducia necessaria, la famiglia con la sua presenza discreta.
Lo sport di alto livello può rischiare di isolare, ma nessun risultato arriva dall’individualismo. Tale consapevolezza è l’eredità di questa edizione olimpica e resta in particolare a Verona, che ne ha raccolto la Cerimonia di chiusura. Non si tratta solo di cullarci sul fatto di essere storicamente un crocevia, ma di viverlo nel quotidiano.
Ora che le luci si sono spente, resta forse la parte più vera. Non soltanto la coreografia, ma le vite che l’hanno attraversata. Lo spettacolo finisce; la vita continua. Ed è lì che si misura il senso di tutto.

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