«Il più grande esperto italiano di Referendum costituzionali», come lo ha definito in diretta Enrico Mentana, ovvero Matteo Renzi, appena chiuse le urne per confermare o meno la riforma sulla giustizia voluta dal governo Meloni ha dichiarato: «La riforma costituzionale non passa, che venga da sinistra o da destra, da sopra o da sotto, perché c’è un fronte più o meno giustificato che dice che la nostra Costituzione è la più bella del mondo e non si tocca. È un dato di fatto: puoi cambiare qualche piccola cosa, come il numero dei parlamentari, che è l’unica riforma che è passata, ma nel 2006, nel 2016 e nel 2026 tre riforme molto diverse sono state tutte e tre bocciate». 
Non so se sia stato proprio l’amore per la Costituzione o altro, ma ciò che è certo è che abbiamo tra le mani un esito elettorale che vede alcuni punti – per così dire – controcorrente. 
Il primo è il dato dell’affluenza: 58,93% come media nazionale, mentre in provincia diVerona addirittura il 63,99% che è una cifra quasi da record nazionale e sicuramente molto più alta del 44,76% raggiunto da noi per le Regionali 2025 (ma ancora bassa rispetto alle politiche 2022 in cui hanno votato il 70,6% dei veronesi). Sembrava, l’affluenza al voto, destinata a un declino costante e invece sarà da analizzare il motivo per cui questa volta molti sono andati alle urne, tra cui parecchi giovani (il 67% di quelli dai 18 ai 28 anni): è il “nessuno tocchi la Costituzione”; la sensazione che fosse qualcosa di molto più determinante di altre elezioni; la certezza nel non essere d’accordo con una parte politica che poi non è così granitica e trainante quando si tratta di appoggiare l’altra?
Qui inizia il secondo punto: un governo che sembrava navigare a vele spiegate, si vede bocciare la riforma, con il “no” che a livello nazionale ha ottenuto il 53,74% e che ha prevalso in 17 regioni su 20; assieme a Lombardia e Friuli, è il Veneto a veder prevalere il “sì” con il risultato migliore delle tre (58,4%); in provincia di Verona vince il “sì” in tutti i Comuni, in pochi dei quali il “no” supera il 40%. 
Terzo dato: tra i “perdenti” secondo l’analisi di Nando Pagnoncelli pubblicata nei giorni scorsi dal Corriere della Sera ci sono i cattolici praticanti che hanno votato in maggioranza “sì” (circa 54%), mentre tra i non credenti il “no” arriva al 68,4%.
Al di là di ripercussioni a livello nazionale o locale, un voto che di per sé era solo “tecnico” interpella ora la politica, chiamata a segnali di attenzione e di maturità.  

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