Tutte le cerimonie olimpiche rimangono nella memoria collettiva per un momento iconico: basti pensare a Céline Dion che canta dal balcone della Torre Eiffel (Parigi 2024); Luciano Pavarotti che – ultima esibizione pubblica della sua carriera – canta Nessun dorma con alle spalle la Fiamma olimpica e l’orchestra (Torino 2006); il norvegese Stein Gruben che salta con gli sci tenendo in mano la Fiamma (Lillehammer 1994) o il canadese Johnny Lyall che passa con lo snowboard tra i cerchi Olimpici (Vancouver 2010); ancor di più, Muhammad Alì che, segnato dagli anni e dalla malattia, accende il braciere (Atlanta 1996).
In attesa delle cerimonie che si svolgeranno in Arena di Verona, molti sostengono che per l’apertura allo StadioSan Siro di Milano (6 febbraio) il momento più iconico è stato legato alla performance del rapper Ghali. Tre mi pare, i motivi che lo rendono tale.
Il primo: la scelta di andare a ripescare tra le tante eccellenze italiane presentate in quella serata (Canova, Leopardi, Verdi, Rossini, Puccini) pure Gianni Rodari, la cui memoria rischia di andar scomparendo.
Il secondo: un trentenne nato nel 1993 che incrocia la sua vicenda con quella di uno morto nel 1980 non ancora sessantenne; un rapper abituato all’autotune che dà voce ai versi di un poeta; uno accusato di essere un “cattivo maestro” per alcune sue canzoni che fa sue le parole di un insegnante e pedagogista. 
Il terzo: il testo scelto ovvero Promemoria, non certo tra i più famosi della letteratura italiana; con lo stile breve e (apparentemente) semplice, Rodari ci immerge nella sua atmosfera di stupore e ci invita a ricordarci come – in quel torpore in cui la nostra società sembra essere caduta –, abbiamo

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