Il termine italiano semplificare deriva dal latino sine plica facere ovvero fare senza pieghe e, quindi, anche togliere le pieghe. Se si trattava di tessuti, si intendeva soprattutto fare in modo che non si stropicciassero troppo, creando un effetto antiestetico o comunque scomodo. In ambito burocratico, invece, l’idea sottostante è fare in modo di poter evitare i cosiddetti plichi, ovvero le buste sigillate contenenti documenti importanti di cui tutelare la riservatezza e certificare l’integrità del contenuto.
Esattamente vent’anni fa, era la tarda primavera del 2006, l’esecutivo Berlusconi III decretava che la semplificazione doveva essere considerata parte fondamentale dell’azione di governo in Italia e istituiva l’Unità per la semplificazione. Due anni dopo, nel Governo Berlusconi IV fu nominato Roberto Calderoli come ministro della semplificazione, il primo della storia italiana. Nei governi che si sono succeduti in questi vent’anni, la delega è stata spesso accorpata ad altro, anche nella consapevolezza – recentemente ricordata dall’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano – che la realtà e le leggi che la regolano hanno sempre a che fare con qualcosa di complesso (cum-plexus ovvero con nodo).
La questione non riguarda solo la burocrazia (o il vestiario), perché è molto umano trovarsi a fare i conti con nodi e pieghe, di cui faremmo volentieri a meno, come dimostra una crescente fatica a capirsi e ritorni ideologici. Pure noi che su Verona fedele proviamo, volutamente, a non semplificare troppo le cose, basta che compaia un articolo o un intervento su questioni con nodi e pieghe, che siamo accusati di volta in volta di essere estremisti di destra o sinistra, basabanchi o contro la tradizione.
Il filosofo e sociologo francese Edgar Morin, morto il 29 maggio a quasi 95 anni, ci ha ricordato con la sua vita e con le sue opere che la realtà è per sua natura complicata e complessa, imprevedibile e interconnessa: se si vuole capirci qualcosa e trovare soluzione ai problemi, non si possono isolare le situazioni né avere approcci mono-disciplinari.
Per non essere travolti dal mondo e dalla storia serve una “testa ben fatta” (come titolava un suo libro del 1999) ovvero che accetti le tante questioni in ballo, il tenere insieme i vari saperi, l’interdipendenza di tante realtà, l’arricchimento che deriva dai punti di vista differenti, il rimanere pure dentro le tensioni. D’altronde ratti e conigli vedono in bianco e nero, cani e gatti distinguono pochi colori, ma l’umanità sa gestire, apprezzare e utilizzare molteplici tonalità e sfumature.