L’importanza e l’unicità del volto a cui ci richiama la terza edizione di “Poeti sociali”, che animerà Verona questo fine settimana, vengono confermate dall’esperienza comune ed evidenziate anche dalle scienze empiriche, come la genetica.
Alcuni anni fa è stato pubblicato uno studio di Michael J. Sheehan, biologo evoluzionista della Cornell University. Partendo dall’analisi delle caratteristiche corporee dei militari statunitense (prese dal database dell’esercito) evidenziò che le differenze nei tratti del viso sono molte di più che rispetto a qualsiasi altra parte del corpo umano e indipendenti dal resto: se a braccia più lunghe solitamente corrispondono gambe più lunghe, non è lo stesso tra occhi e naso o per la distanza tra gli occhi.
Questo ha portato ad affermare che il vantaggio evolutivo non è nell’uniformarci tutti ma, al contrario, nel favorire la riconoscibilità come individui unici. L’essere tutti diversi e distinguibili è una tipicità umana (a differenza degli altri viventi) ed è un grande vantaggio perché, sempre secondo Sheehan, favorisce la fiducia, la reciprocità e la formazione di legami sociali: cooperiamo proprio perché siamo unici, differenti, distinguibili.
Vista dall’altra parte significa anche che ha ben poco di “evoluto” cercare di uniformarci e renderci indistinguibili perché tutti allineati nello stesso modo di pensare, parlare, vestire, mangiare, scegliere cosa vedere e ascoltare... Alla lunga, seguendo il ragionamento del biologo americano, questo diventa un problema.
Perciò trovo molto significative le proteste (soprattutto in Iran) basate sul togliersi il velo per mostrare il proprio volto a rischio anche della morte; e trovo patetiche le manifestazioni (anche in Italia) che prevedono che tutti siano vestiti uguali e con il volto coperto per non essere riconoscibili e rischiare una punizione tanto giusta quanto lieve.
Si protesta perché società, politica ed economia sembrano aver smarrito la via dell’umano – con la sua unicità, appunto – a favore della logica dell’algoritmo che cerca solo l’uniformità e la riproducibilità: lo si fa, però, tutti vestiti uguali, con il volto coperto, agendo tutti allo stesso modo e attaccando spesso chi è a sua volta vittima.
La vera rivoluzione, invece, sarebbe quella di “pretendere” che ci si guardi in faccia, si veda il volto anziché il dato numerico, si ascoltino desideri e bisogni anziché volerli imporre. Allora sì sarebbe qualcosa oggi di alternativo e condivisibile anche da molti altri.