“Dobbiamo parlare”: è l’espressione che più mette in allerta in una coppia. Ha usato questa espressione emblematica anche il Financial Times, lo storico quotidiano economico-finanziario britannico da oltre 100mila copie cartacee vendute ogni giorno. Lunedì 22 giugno ha titolato così il principale editoriale: “We need to talk about Brexit”. Sì, gli inglesi devono parlare riguardo la Brexit, ma forse, almeno un po’, dobbiamo parlarne anche noi.
Leggiamo su quella che è la più importante pubblicazione sul mondo degli affari: “La fatidica votazione di 10 anni fa per l’uscita dall’Ue ha cambiato il corso del Regno Unito, ma non nel modo in cui coloro che votarono speravano o erano stati indotti a credere. La Gran Bretagna oggi non è più ricca, ma più povera di quanto sarebbe stata altrimenti. Il suo prestigio nel mondo è diminuito. È più divisa e non è stata in grado di riprendere il controllo dei propri confini. Le divisioni e le delusioni alimentate dalla Brexit hanno contribuito alla frammentazione della politica britannica e al progressivo sfaldamento dei suoi governi”. 
Quest’ultimo aspetto è evidente e, neanche farlo apposta, proprio nello stesso giorno sono arrivate le dimissioni del primo ministro Keir Starmer. Dal 2016 ad oggi al numero 10 di Downing Street si sono alternati David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e infine Starmer: una successione impensabile fino a poco fa se si pensa alle lunghe permanenze di Margaret Thatcher (11 anni) e Tony Blair (10 anni), ma anche dello stesso David Cameron (6 anni).
Secondo gli analisti politici, la caduta di Starmer è dovuta a suoi errori, a tensioni interne al partito laburista, ma soprattutto agli effetti della Brexit, anzitutto in ambito economico. E la Brexit a sua volta ha un colpevole: il populismo. Come nelle migliori/peggiori delle sue versioni, ha trasformato problemi complessi in capri espiatori, ha promesso una rinascita nazionale a chi viveva un malcontento socio-economico, ha alimentato la propaganda sovranista e antieuropeista, ha giocato con la disinformazione. In questo modo ha convinto la maggioranza – soprattutto elettori più anziani e delle aree rurali – a scegliere l’isolamento.
Se sembra improbabile un dietrofront sulla Brexit, ci si augura che almeno si cambi rotta rispetto al populismo, anche se le prime dichiarazioni del probabile futuro premier Andy Burnham non incoraggiano molto in questo senso. Vediamo se la lezione serve almeno a noi.

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