Una sfida epica che Nolan affronta e vince alla grande, con una pecca

Una sfida epica che Nolan affronta e vince alla grande, con una pecca
Due anni dopo Oppenheimer, che gli valse l’Oscar per miglior film e miglior regia, Christopher Nolan torna al cinema con un’impresa ancora più ambiziosa: portare sul grande schermo l’Odissea di Omero. Il risultato è un’opera monumentale, girata interamente con macchine da presa Imax 70mm, che conferma il regista britannico come uno dei narratori più coraggiosi del cinema contemporaneo. La trama è quella che conosciamo: Ulisse (Matt Damon), re di Itaca, affronta un lungo e pericoloso viaggio di ritorno a casa dopo la guerra di Troia. Al suo fianco, o contro di lui, una schiera di personaggi che Nolan affida a un cast di eccezionale spessore: Anne Hathaway è Penelope, Tom Holland è Telemaco, Zendaya interpreta la dea Atena, Charlize Theron è Circe, Lupita Nyong’o è Elena di Troia, Robert Pattinson è Antinoo.
La scelta di chiamare, nell’originale inglese, il protagonista con il nome greco Odisseo (anziché il latino Ulisse, scelto in italiano per più immediatezza) è già un segnale: questo è un ritorno alle origini, un’operazione filologica oltre che cinematografica. E la figura che Nolan costruisce è forse la sua interpretazione più personale rispetto a Omero: non il genio arrogante, ma un veterano segnato dai sensi di colpa. Il cavallo di Troia come la bomba di Oppenheimer: due invenzioni di due geni che diventano distruttive di mondi.
Il comparto tecnico è, come sempre in Nolan, straordinario. Ma qui la tecnica non è fine a sé stessa: è inesorabilmente al servizio del racconto. Chi solitamente accusa il regista di privilegiare lo stile sulla sostanza dovrà ricredersi. La sfida più difficile era condensare un’epopea smisurata abitata da dèi, mostri e personaggi vari in un’unica opera cinematografica. Nolan la affronta di petto e la vince. Al bardo Travis Scott, presenza che il regista ha voluto per tracciare un parallelo tra il rap e la poesia orale antica, è affidata la chiusura del cerchio narrativo, nel momento in cui tutte le peripezie del viaggio convergono verso la resa dei conti finale.
Un difetto, però, non passa inosservato: il riadattamento operato dal regista sembra eliminare ogni prospettiva soprannaturale. Una visione più agnostica che atea, che travolge il mondo omerico. Lì dove le divinità, con i loro caratteri pieni di difetti alla maniera umana, erano alla regia dell’avventura di Odisseo, qui sembrano relegate a sfondo.
Odissea è un film che lascia la sala con la sensazione rara di aver assistito a qualcosa di necessario: tre ore che non pesano, un racconto antico che parla con urgenza al presente, e la conferma che il cinema, quando è nelle mani giuste, può ancora essere epico nel senso più profondo del termine.
Francesco Marini

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