Una godibile Turandot appaga il folto pubblico

Nell'ultima opera in cartellone all'Arena eccellenti esecuzioni dell'orchestra diretta da Battistoni, del coro, di Anna Pirozzi e di Yusif Eyvazov

| DI Mario Tedeschi Turco

Una godibile Turandot appaga il folto pubblico

Una scena di Turandot @EnneviFoto

Anche con l’ultima opera del cartellone areniano 2026, la Turandot che abbiamo visto nella seconda recita del 14 agosto, si è confermata la cifra fondamentale del Festival, vale a dire la qualità assoluta della concertazione, della resa orchestrale e delle masse corali veronesi, che mai come in quest’anno, dopo un lungo periodo di costante miglioramento, si sono rivelate strumenti flessibili, tecnicamente pregevoli, in grado di sostenere e vincere la sfida sempre perigliosa con l’acustica all’aperto. Non una sorpresa per chi, come noi, segue con una certa assiduità anche i concerti sinfonici al Filarmonico, ma una riprova: guidata da Andrea Battistoni – Maestro veronese anch’egli sempre più autorevole e personale nello stile di conduzione, dopo molti anni a Tokyo e durante la sua leadership attuale al Regio di Torino – orchestra e coro hanno plasmato un panorama musicale che della scrittura pucciniana ha esaltato sia le macro architetture, come i rocciosi scontri di materia sonora a dinamica articolata del I atto, che i micro dettagli degli accompagnamenti di archi e legni nelle distensioni liriche, il tutto su un passo lento e meditativo che Battistoni ha imposto al ductus complessivo proprio per rendere al meglio i volumi plastici di rocce erratiche che, della tessitura sinfonica d’impianto, costituiscono da una parte il valore fonico per sé della partitura, dall’altra l’ossatura drammatica del racconto, che di conflitto ed esasperazione psicologica è permeato dall’inizio alla fine. Andamento lento e densità volumetrica, con spicco miniaturizzato del dettaglio timbrico: con questa idea di base, Battistoni ha narrato la sua Turandot, servendo al meglio di conserva lo svolgersi delle parti vocali, tutte pregevoli. Che Anna Pirozzi sia una Turandot di formidabile peso tragico lo sapevamo da tempo, essendo il soprano una presenza fissa nell’anfiteatro da diversi anni. In questa recita, ha ribadito tutte le sue eccellenti qualità, prima delle quali è una potenza di emissione fuori dal comune, necessaria per trasformare il testo che insiste nella zona centrale e acuta del registro, senza forzature e senza quelle grida scomposte che talora si odono da cantanti meno tecnicamente avvertite. In possesso di uno spicco della parola di rilievo scultoreo, la Pirozzi, guidata da Battistoni, è sempre riuscita a sopravanzare l’orchestrazione di percussioni e ottoni, facendo giungere la verbalità scenica con un fraseggio animato e il giusto impulso, tragico e perverso, che la “principessa di gelo” richiede. Yusif Eyvazov, come Calaf, l’ha pareggiata per volume, piglio drammatico, intensità nella zona centrale e nei sovracuti, e se i momenti di espansione lirica sono risultati magari un po’ generici e monocordi, un notevole atletismo di corpo e voce lungo tutti e tre gli atti lo hanno portato a un’interpretazione complessiva ragguardevole, coronata da un Nessun dorma certo un po’ plateale e simpaticamente sopra le righe, ma in fondo appropriato alla sua funzione catartica/spettacolare. La Liù della superstar Lisette Oropesa ci è parsa invece a due facce: straordinaria nel fraseggio, nell’abbandono lirico, nella purezza del timbro nel registro centrale; in difficoltà invece nel controllo del fiato sulla tessitura acuta, con un vibrato stretto evidente nella prima grande aria Signore ascolta. Si è ripresa bene nell’ultima pagina di rilievo del III atto, Tu che di gel sei cinta, soprattutto grazie a una compostezza elegiaca davvero poetica, che rivela il perché questa cantante sia una delle migliori interpreti mondiali nel repertorio lirico leggero. Timur di lusso è stato Michele Pertusi, la cui voce morbida, appena segnata dal passare degli anni, è scesa con tenerezza e vivo senso introspettivo nel declamato e nel canto sillabico di che la parte è contesta, creandola tutta intera, sfumata e umanissima. Il trio delle maschere Ping, Pong e Pang (Gezim Myshketa, Matteo Macchioni e Saverio Fiore) ha servito bene al suo compito di taglio “distensivo”, comico ed elegiaco insieme, mentre il personaggio di Altoum è stato cesellato con singolare maestria da Carlo Bosi. L’allestimento di Franco Zeffirelli, che debuttò nel 2006, si è rivelato all’ennesima ripresa un gioiello di kolossal anni ’20, fiabesco, giustamente eccessivo nello sfavillare di luci e colori (costumi meravigliosi di Emi Wada), offrendo in modo tangibile, vivido e indimenticabile un assaggio di estetica rétro, come più o meno poteva essere nella tradizione del melodramma esotico inteso all’epoca della sua composizione. Notevolissimi i movimenti coreutici e mimici nel I atto, coreografati in origine da Maria Grazia Garofoli e ripresi con qualche variazione oggi, che sono risultati singolarmente funzionali al narrato, di cui indicano le linee fondamentali con impatto immediato non disgiunto da efficacia di dettaglio. Insomma, per citare la reazione di un anonimo appassionato seduto dietro di noi, “una goduria!”: e abbiamo detto tutto.
Arena tutta esaurita, nonostante il caldo umido. Ultime repliche il 21 e il 27 agosto; il 3 e l’11 settembre.

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