Martedì 27 gennaio alle 17.30 presso il Dipartimento di Lingue e letterature straniere dell’Università di Verona si terrà la tavola rotonda “L’arte del tradurre”, con gli interventi dei professori Valentino Sartori (Studio teologico San Zeno), Gabriella Pelloni e Claudio Bendazzoli (Dipartimento di Lingue e letterature straniere). L’intento è di far emergere come il tradurre non sia solo una pratica specialistica, ma una prassi costante per capirsi tra mondi diversi. L’appuntamento si inserisce nell’iniziativa “Babele oggi: linguaggi, dialoghi, interazioni” che ha promosso varie modalità (conferenze, tavole rotonde, film, food talk, musiche) per rileggere per oggi il mito della Torre di Babele. A portarlo avanti congiuntamente sono stati gli istituti teologici veronesi (Stsz e Issr) e l’Università di Verona, in particolare il Dipartimento di Lingue e letterature straniere. Ne abbiamo parlato con il biblista mons. Augusto Barbi, coordinatore diocesano dei rapporti con l’Università, e con la direttrice del Dipartimento, la prof.ssa Roberta Facchinetti.
– Mons. Barbi, da dove nasce questa intuizione alla quale si dedica da anni e cosa significa oggi, per la teologia, aprirsi al mondo universitario?
«L’intuizione iniziale, ancora generica, era data dalla percezione che non si poteva elaborare un pensiero critico e riflesso sul fatto cristiano – cioè fare teologia – senza un confronto con la cultura e, in particolare, con un luogo di formazione qual è l’Università. L’assenza di facoltà teologiche all’interno delle università italiane rischia di isolare il pensiero teologico da questo confronto e di privare l’ambiente universitario dell’apporto che può venire dalle discipline teologiche (bibliche, storiche, ermeneutiche e sistematiche). Da questa constatazione è nato il progetto di un accordo-quadro di collaborazione con l’Università – e con l’Accademia delle Arti e il Conservatorio – che rendesse possibile uno scambio di competenze e di insegnamenti e avviasse iniziative di confronto interdisciplinare destinate sia agli studenti che alla cittadinanza».
– Prof.ssa Facchinetti, c’è stata da parte sua e del Dipartimento che dirige un’immediata disponibilità a costruire qualcosa insieme con le scuole di teologia: da parte vostra, cosa ha motivato tale apertura?
«Credo fortemente nella collaborazione tra istituzioni formative. Le lingue, letterature e culture, fulcro del dipartimento che dirigo, formano al dialogo in modo inclusivo; un dialogo linguistico, culturale e umano che abitua all’ascolto dell’altro, al confronto aperto e costruttivo tra tradizioni e alla comprensione delle differenze. L’incontro con le scuole di teologia è apparso fin da subito un terreno fecondo derivante da una profonda convergenza di intenti: mettere in comune competenze diverse e complementari per offrire alla comunità tutta percorsi formativi capaci di integrare linguaggio, cultura, fede e pensiero critico».
– Mons. Barbi, il ciclo di iniziative è già iniziato con una conferenza a tre voci (la biblista suor Grazia Papola, il patrologo mons. Giuseppe Laiti e la storica Tiziano Franco) e la proiezione del film Babel, introdotto da Alberto Scandola, docente di cinema. Cosa ci può raccontare di questa prima fase?
«Nel “mito” di Babele, raccontato in Genesi 10, la diversità delle lingue, e delle culture di cui esse sono portatrici, è considerata non come un castigo, ma come una benedizione divina e diventa sollecitazione al confronto e all’ospitalità tra mondi diversi – di cui le lingue/culture sono espressione – in vista di un reciproco arricchimento. La rilettura del racconto, fatta nella storia del pensiero cristiano, in particolare da sant’Agostino, ha approfondito questo aspetto e ha messo in risalto come la tentazione della ricerca di un linguaggio unico diventa fonte di omologazione e strumento di potere e di violenza. Il mito ha trovato poi espressione in linguaggi visivi e per il momento ci siamo soffermati sull’arte e sul cinema».
– Come sono pensate le varie proposte del programma e a che pubblico si rivolgono?
«Il percorso continuerà affrontando il complesso problema del passaggio da una lingua all’altra, da una cultura all’altra, da un mondo all’altro, attraverso l’arte del tradurre, considerata sotto il profilo filosofico, culturale e letterario. Senza traduzioni, ogni cultura rimarrebbe impoverita e chiusa. L’entrare nel “mondo altrui” richiede un atteggiamento nuovo, libero da pregiudizi, carico di empatia, di curiosità e di ricerca. Ci sarà poi un altro affondo artistico, toccando il linguaggio musicale. Seguiranno approfondimenti sul linguaggio tecnoscientifico e digitale e sulla storia di lingue e scritture. Infine, un resoconto di come in questi anni sono entrate in dialogo e confronto le diverse confessioni cristiane e le religioni. È un percorso ricco, che mette in campo saperi diversi in forma accessibile e divulgativa. Esso si rivolge sia agli studenti che alla cittadinanza di Verona per offrire un contributo alla reciproca ospitalità e accoglienza nel nostro mondo multiculturale e multireligioso».
– Prof.ssa Facchinetti, il lavoro congiunto si focalizza su un mito, quello della Torre di Babele, popolarmente noto come evento connesso alla diffusione e pluralità delle lingue. Dal suo osservatorio, di cosa dobbiamo oggi dotarci per costruire una città e una civiltà ospitali e aperte in un mondo diventato interculturale e interconnesso come non mai?
«A mio parere, la nostra priorità deve essere una formazione umana e critica che educhi alla complessità che è in noi e che ci circonda; ciò significa anche imparare ad “abitare” in modo consapevole e produttivo le nostre città e civiltà. Le lingue sono portatrici di memorie, valori e modi di pensare unici; riconoscerlo è il primo passo per costruire relazioni non superficiali, ma autenticamente ospitali. In questo senso, il mito di Babele può essere riletto anche come un invito a trasformare la molteplicità delle culture e delle visioni del mondo in una risorsa per un’umanità più consapevole e solidale».
– L’università è un luogo privilegiato e fondamentale di formazione e di incontro con il mondo giovanile: cosa devono avere a cuore le istituzioni formative?
«L’università non è soltanto il luogo in cui la comunità studentesca acquisisce conoscenze specialistiche e competenze professionali, ma anche e soprattutto uno spazio privilegiato in cui si impara a diventare cittadini consapevoli. Attraverso lo studio, la ricerca e il confronto critico i giovani maturano non solo abilità operative, ma anche la consapevolezza di come stare in relazione con gli altri. Il rispetto dell’altro e l’attenzione alle differenze in modo inclusivo sono dimensioni che devono essere coltivate insieme al rigore intellettuale. Non dimentichiamo poi l’inalienabile centralità di educare alla coerenza tra sapere e agire. Quanto acquisito in università deve tradursi in responsabilità etica, in scelte coerenti e in un impegno concreto nella società, orientata al bene collettivo».