Con Guccini se ne va l'ultimo cantautore umanista

Intellettuale prestato alla musica popolare, ha tenuto insieme disincanto e speranza

| DI Silvia Allegri

Con Guccini se ne va l'ultimo cantautore umanista

Francesco Guccini

Quando se ne va un poeta capace di toccare le nostre corde più intime, al punto da farci commuovere e provare quello struggimento così dolce da farci sentire meno soli, il vuoto si sente. Ed è quello che è successo a me, a noi, ai tanti amanti di Francesco Guccini, cantautore umanista, dotto, sagace. Eppure così umano. Scomparso in un agosto rovente e faticoso, proprio quando le serate estive, quelle in cui finalmente arriva una leggera brezza a farci provare sollievo, diventano il momento ideale per riascoltare e cantare in compagnia le canzoni che ci hanno segnato e rubato il cuore. La locomotiva, L’Avvelenata, Il vecchio e il bambino, Autogrill. Sono tappe delle nostre vite queste poesie in musica. Ed è abissale la distanza che separa lui, filologo, lessicografo per passione, studioso, da certa produzione contemporanea: perché se simili possono essere i bersagli, dalle ipocrisie della società al senso di solitudine che prova l’artista, i testi di Guccini sono una miniera d’oro: digressioni storiche, battute fulminanti, sarcasmo raffinato e ricercato, metafore esistenziali che rivelano uno studio attento della letteratura classica, una cultura sconfinata, dove fanno capolino la letteratura, l’epica, la poesia. 
I concerti di Guccini erano simili a viaggi, a conferenze, a occasioni per confrontare interi sistemi di pensiero. Lui parlava più che cantare, sapendo smontare con ironia le illusioni umane, ma senza mai guardare dall’alto in basso. Eppure, dietro un apparente cinismo, batteva sempre un cuore accogliente, polemico ma mai nichilista. Guccini è stato tra i pochi cantautori italiani a colpire senza remore le ipocrisie della società, il perbenismo, il potere costituito, con un coraggio che non ha mai cercato la scorciatoia del compromesso radiofonico. Dio è morto, il brano che nel 1965 gli costò la censura della Rai ma non della Radio Vaticana, resta ancora oggi un testo che spiazza per la sua onestà intellettuale: non un inno all’ateismo militante, ma un atto d’accusa contro il conformismo, contro le fedi vuote che avevano tradito la propria promessa di senso. Perché canta: “In ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, nel mondo che faremo Dio è risorto”. Che peccato fermarsi alla prima frase senza ascoltare quel che arriva dopo. Quanta superficialità, quella che lui combatteva con la massima ferocia. Proprio in quel brano si annida il tratto più sorprendente e meno raccontato di Guccini: la fiducia, quasi commovente, nelle nuove generazioni. Dove ci si aspetterebbe la disperazione del profeta inascoltato, Guccini scrive invece un finale di apertura, un passaggio di testimone a chi verrà. Non è ottimismo ingenuo: è la scommessa di chi, pur avendo visto il peggio dell’uomo, continua a puntare sui giovani come unica risorsa possibile.
Non ho mai smesso di amare Addio, tra tutti di sicuro il brano che amo maggiormente, che chiuse idealmente la sua produzione discografica, un manifesto di questo cinismo lucido e mai disperato. Non c’è retorica nell’accettazione della fine, c’è piuttosto l’ironia di chi ha smontato pezzo per pezzo le illusioni di una vita e ne restituisce l’inventario. Addio alle ipocrisie, alle sciocchezze, alle perdite di tempo inutili, all’arrivismo. Eppure, anche qui, la solidarietà del poeta stanco va a cercare l’altro, perdonandone le contraddizioni, con un affetto paterno di chi non rinuncia a proteggere, nonostante tutto. “Ma a te dedico queste parole da poco, che sottendono solo un vizio antico; sperando che tu non le prenda come un gioco. Tu, ipocrita uditore, mio simile. Mio amico”. 
Guccini scrive la malinconia con lo stesso disincanto con cui smonta un pregiudizio: senza sconti, ma senza crudeltà. Tendendo sempre una mano al suo uditore. A noi, che oggi ne ammiriamo ancora la grandezza e l’attualità. 
Ciao Francesco Guccini, intellettuale prestato alla musica popolare che ha saputo tenere insieme erudizione e semplicità, sarcasmo e tenerezza, disincanto e speranza. La sua è una lezione di scrittura, prima ancora che di canzone, che l’Italia contemporanea farebbe bene a non dimenticare.

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