Un diacono alle onoranze funebri: «Un lavoro che è una missione»

Giuseppe Pontara: il sostegno ai familiari, la possibilità di benedire le ceneri

| DI Adriana Vallisari

Un diacono alle onoranze funebri: «Un lavoro che è una missione»
È stato un primo novembre speciale quest’anno per Giuseppe Pontara, 41 anni di Balconi di Pescantina, ordinato lo scorso 12 settembre diacono permanente dal Vescovo, che a breve inizierà il ministero nell’unità pastorale di Sant’Ambrogio e Domegliara. Per la prima volta nella sua vita è intervenuto con una riflessione all’interno della liturgia della Parola del 1° novembre, al cimitero di Pescantina, dove c’è la tomba di famiglia che accoglie i suoi nonni. 
Un compito nuovo, ma non è nuova per lui la frequentazione delle tombe, a cui riserva un’attenzione giornaliera. Di professione, infatti, Pontara è “operatore necroforo”: da vent’anni è impiegato in un’impresa di onoranze funebri. 
– Il suo è un lavoro particolare, come è finito a farlo?
«Cercavo un lavoretto per mantenermi gli studi quando ho iniziato l’università, a vent’anni. Mi sono rivolto all’impresa funebre Rizzotti, nel mio paese: quello che doveva essere un mestiere temporaneo, è diventato il mio lavoro a tempo pieno. So che molti non lo farebbero mai, ma a me piace».
– Ci vuole parecchio tatto per affiancare le famiglie che attraversano un dolore così lacerante come la perdita di un affetto...
«Sì, si ha a che fare con un momento delicato della vita delle persone. Serve senz’altro del tempo per abituarsi e per avvicinarsi nel modo migliore a chi soffre per una perdita. Quando ho cominciato io, ero il più giovane e il mestiere era fatto soprattutto da uomini in età da pensione; oggi l’età media si è abbassata e si fanno molti più corsi di formazione».
– In che cosa consiste il suo lavoro?
«Seguo un po’ tutto: dal primo contatto con la famiglia quando avviene il decesso (a casa, in ospedale, in casa di riposo), passando per la preparazione della salma e il servizio al funerale, fino alla parte burocratica, che oggi è molto consistente, visto che predomina la cremazione. Poi c’è la consegna delle ceneri: da quando sono diacono, posso anche benedirle. Riuniti i familiari e gli amici, si tiene infatti una breve liturgia della Parola; da noi spesso è il sacerdote a presiederla, ma in molte parti d’Italia che contano pochi preti, sono i catechisti o gli accoliti a essere istruiti per accompagnare le famiglie nel momento del lutto».
– Ha citato la cremazione: adesso va per la maggiore, come mai? 
«In città è predominante, nei paesi della provincia ancora resistono il loculo e la tomba a terra; da noi il 60% esprime ai propri cari la volontà di voler farsi cremare. È una pratica che ha preso piede culturalmente, approvata anche dalla Chiesa, che ha rivisto il rito delle esequie negli ultimi anni. Ma è scelta pure per evitare agli eredi incombenze e spese future: quando scadono le concessioni dei loculi, infatti, occorre riprendere in mano le salme dopo 40-50 anni». 
– Quali altre cose sono cambiate in questi vent’anni? 
«Una volta la prima cosa che chiedevano i familiari era il necrologio sui giornali; ora non più. Ha preso piede la commemorazione on line, dove si possono pubblicare pensieri e condoglianze con più libertà e senza vincoli di spazi. Resistono invece le epigrafi affisse nei luoghi di passaggio dei paesi (da attaccare anche quando piove a dirotto!), mentre sono andati a calare i fiori, un po’ perché con la cremazione non vengono più deposti subito davanti alla tomba. Anche le corone da appendere al carro funebre non si usano più. Una parola a parte meriterebbero le richieste di certe musiche suonate ai funerali...».
– La nostra società rifugge la morte, parlarne è un tabù.
«È così, e lo si vede a partire dalle parole che si usano per addolcirla: “Ci ha lasciato”, “è scomparsa”... C’è poi chi la esorcizza con l’ironia, come fa una nota impresa funebre nazionale, che utilizza un umorismo nero nei suoi manifesti pubblicitari. Io però lo trovo di cattivo gusto».
– Come si sta vicino a persone che soffrono per un lutto? Talvolta usiamo la formula trita “sentite condoglianze” perché non sappiamo che altre parole usare...
«Più che le parole, è importante esserci. E soprattutto esserci dopo il funerale, quando tutti se ne vanno; è quello il periodo più duro, in cui il lutto va accompagnato. Io vedo che le persone hanno bisogno di essere ascoltate. E, da diacono, rilevo che il momento del funerale spesso riavvicina alla fede persino le persone più distanti». 
– Perché abbiamo bisogno di una lapide davanti alla quale piangere?
«È una necessità insita nell’essere umano. Pensi a quanto hanno sofferto i familiari delle persone morte durante la pandemia da Covid-19, quando non era possibile celebrare le esequie. Personalmente, avendo gli uffici adiacenti al cimitero, vedevo persone che, sfidando le restrizioni, venivano davanti al cancello per guardare da lontano la tomba del proprio caro. E ci sono diverse persone che vanno al cimitero ogni giorno: dalla finestra dell’ufficio vedo sempre una mamma e un papà che hanno perso il figlio molto giovane, non mancano mai». 
– Il cimitero è il luogo dove la vita e la morte s’incontrano.
«Sì. Per i cristiani è qualcosa di più, ed è quello che ho detto  il 1° novembre ai fedeli. Se ci limitiamo a guardare la morte dal punto di vista umano, tutto si ferma lì; il messaggio cristiano invece getta una nuova luce su tutto. Ritrovarci davanti alle tombe per onorare la memoria dei defunti va bene, ma farlo in prospettiva della vita eterna cambia tutto, ci porta ad alzare lo sguardo e a darci un coraggio diverso. Cristo che ha vinto la morte è un messaggio di speranza che non lascia indifferenti».

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