Donald Trump si sveglia al mattino e decide di far sbarcare i suoi marines in Svizzera, anche se non c’è il mare. Al pomeriggio, impone dazi all’importazione di fumetti giapponesi e alla sera obbliga i boliviani a guardare le telenovelas solo in lingua americana…
L’uomo è così balzano che ormai Nerone sembra un chierichetto iscritto all’Associazione ex vigili del fuoco. Ed è vero che noi europei ci siamo sempre nascosti all’ombra dei missili americani, che abbiamo spesso eserciti da operetta e che preferiamo di gran lunga la pace alla periodica invasione dell’Iraq. Ma non è vero che non abbiamo alcuna “arma” con cui difenderci dalle mattane del signore che ha scambiato la presidenza per uno show del compianto Gianfranco Funari.
Ne abbiamo una potentissima, che può colpire l’unica cosa che rende sentimentale Donald Trump: i soldi. I dollari, nel caso. Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico mostruoso, sostenuto dalla vendita dei Treasury Bond, i loro Btp. E chi sono i maggiori creditori degli Stati Uniti? Già: noi europei, poi la Cina.
Purtroppo la differenza tra le due potenze creditizie è enorme: se il dittatore cinese decide di non rinnovare gli acquisti di T-Bond, gli Usa saltano per aria (e infatti la guerra dei dazi l’ha vinta Pechino), mentre noi siamo creditori “sparpagliati”: le obbligazioni sono in mano a banche, assicurazioni, fondi pensione e fondi d’investimento, aziende e singoli privati.
Non può esserci coordinamento, ma può esserci il sentiment, come direbbe Donald: se ad un certo punto il troppo è troppo, i danesi – quasi tutti – vendono i loro T-Bond e non li ricomprano più. Il Fondo previdenziale norvegese – il più grande al mondo – comincia ad averne le scatole piene. E il dollaro appunto inizia a deprezzarsi. Con due macro-effetti: le importazioni (e gli americani importano di tutto) diventano ancora più care, visti pure i dazi alle merci. Quindi inflazione. E poi noi europei spendiamo meno per petrolio e gas, che ci dissanguano e che paghiamo in dollari.
La tensione su una simile montagna di soldi da rifinanziare continuamente fa sì che le agenzie di rating possano giudicare i T-Bond sempre meno affidabili, aumentando il numero di chi li venderà perché non rispettano più certi requisiti di solidità. Una slavina che diventa valanga, addosso alla poltrona presidenziale americana. Perché, come diceva il nonno tedesco di Trump, quando tiri troppo la corda...