«Più organizzati per rispondere a tutte le sfide nella speranza di diventare in futuro... inutili»

Il direttore don Matteo Malosto spiega la riforma della Caritas diocesana veronese

| DI Don Matteo Malosto

«Più organizzati per rispondere a tutte le sfide nella speranza di diventare in futuro... inutili»
La riforma della Caritas diocesana veronese, fortemente sostenuta dal vescovo Domenico nel più ampio orizzonte del riassetto della Chiesa di Verona, fa tesoro del prezioso patrimonio di fede, dedizione e professionalità che ci viene consegnato da chi ci precede e apre cantieri inediti per abitare il presente e il futuro. Le ragioni che hanno portato a realizzarla non vanno ricercate solo nella volontà di migliorare possibili storture, ma soprattutto nel desiderio che la Caritas continui ad essere ciò che è chiamata a diventare: segno dell’amore del Padre per ogni donna e ogni uomo.
La prima ragione è la necessità di crescere in un agire unitario e nella condivisione delle responsabilità. Ad oggi, sono poco meno di 90 le persone che lavorano in Caritas e quasi 3mila i volontari che vi fanno riferimento, sparsi su tutto il territorio della Diocesi: tali numeri, cresciuti notevolmente negli ultimi anni per rispondere a problematiche sociali sempre più complesse, ci chiamano a far evolvere il nostro modo di operare, fondandolo su una chiara unitarietà organizzativa e distribuendo a più persone significative porzioni di responsabilità.
Un’altra ragione della riforma è la volontà di custodire l’identità ecclesiale. Il modo migliore per esprimerla sono le parole di papa Francesco: “La Caritas è l’amore della Madre Chiesa che si avvicina, accarezza, ama; voi siete parte essenziale della Chiesa”. Tale vocazione non è da intendersi in modo esclusivo ed escludente: affascina, infatti, leggere nel Vangelo, più precisamente nel Giudizio Universale riportato da Matteo (cfr. Mt 25,31-46), come coloro che amano e coloro che si lasciano amare facciano esperienza di Dio senza rendersene conto.
In questa logica, la Caritas è casa per tutte e tutti, luogo di incontro di reciproche povertà e ricchezze e allo stesso tempo vive della certezza che tutto ciò che fa e che è sia annuncio di Cristo Risorto. Per riappropriarci continuamente di ciò che siamo, si sono fatte alcune scelte che andranno via via consolidandosi: è stata adottata una forma giuridica maggiormente corrispondente al mandato ecclesiale; parte degli uffici e la sede legale sono stati spostati nel rinnovato Palazzo del Vescovado; si è creata una forte sinergia con gli altri Servizi diocesani; la gestione economica è sempre più condivisa; si è scelto un modo di lavorare che possa aumentare la partecipazione di tutte e tutti e infine ci si è organizzati per essere sempre più al servizio del territorio e delle parrocchie.
Ciò che ci guida è garantire la continuità di tutto quello che facciamo, in stretta collaborazione con i partner istituzionali, ecclesiali, del Terzo settore e privati e allo stesso tempo moltiplicare la creatività, dando valore al pensiero e ai talenti di tutte e tutti: solo insieme si possono trovare strade sempre più innovative ed efficaci.
In conclusione, mi permetto di abbandonare il “noi” rappresentativo di tutti coloro che si stanno adoperando per la riforma, per aggiungere due sogni personali, uno per il breve-medio termine e uno per il lungo periodo: mi piacerebbe, innanzitutto, vedere una Caritas sempre meno incentrata operativamente sulla figura del direttore, sia esso un prete o un laico, ma capace di una gestione significativamente sinodale e condivisa. E ancora, mi piacerebbe che Caritas diventasse... inutile: non perché spariranno disuguaglianze, ingiustizie e povertà, ma perché il nostro essere e il nostro agire saranno stati di così grande ispirazione da rendere Caritas tutta la Chiesa.

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