«Per i giovani l'autenticità è la chiave della fede»

Parla il responsabile nazionale della Pastorale giovanile

| DI Luca Passarini

«Per i giovani l'autenticità è la chiave della fede»
«I giovani hanno desiderio di autenticità»: ad affermarlo è don Riccardo Pincerato, da quasi tre anni responsabile del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile. Padovano di origine, è stato ordinato presbitero nel 2015 per la diocesi di Vicenza. Ci dice: «C’è una narrazione riguardo ai giovani e al loro rapporto con la fede che spesso non è reale. Per esempio, una ricerca realizzata in Germania mostra che l’80% dei giovani dicono che per loro l’evangelizzazione più forte e fondamentale è arrivata dalla liturgia, mentre l’impatto dei social è basso. Sicuramente quello digitale è un pianeta importante in cui anche essere presenti, portando il bene e facendolo bene, ma si tratta di strumenti, rispetto ai quali poi quello che conta è il contenuto del messaggio e l’autenticità di chi lo porta». In particolare, la generazione Z, i nati tra il 1995 e il 2010 che sono i “nativi digitali”, passa quotidianamente 4-5 ore sui social, ma secondo Pincerato «ci chiede che dietro un post, un reel, una storia, ci siano sincerità, autorevolezza e verità».
Nei giorni scorsi il Servizio nazionale ha proposto a Brindisi il XXIX Convegno nazionale della Pastorale giovanile, a cui ha partecipato anche la delegazione veronese. Per don Riccardo questo è il lascito e l’orizzonte che deriva da quei giorni di confronto, così come dal magistero di papa Francesco, con le esortazioni Christus vivit e Dilexi te: «Meta di ogni azione pastorale non è la ricerca di numeri e performance, ma l’evangelizzazione. Spesso come operatori della pastorale giovanile ci affatichiamo tanto, ma rischiamo di concentrarci sul creare attività ed esperienze, mentre la sfida grande passa per le relazioni, proprio perché i giovani cercano testimoni autentici che gli mostrino la bellezza di vivere in questo tempo, pur segnato dalle sue difficoltà, e come il Vangelo abbia molto da dire oggi». Aggiunge e approfondisce: «A misurare il nostro impegno a evangelizzare non è il numero di giovani che viene in chiesa o che ci segue sui social, ma la santità della nostra proposta: non intesa come perfezionismo, ma come capacità di permettere a Cristo di amarci e di lasciare che la Grazia collabori con noi per la nostra crescita. La santità non è qualcosa di vaporoso, piuttosto criterio per misurare la qualità delle nostre proposte e della nostra vita, personale e comunitaria».
Da Francesco a Leone, con quest’ultimo che secondo don Pincerato sta destando particolare interesse presso i giovani, come testimonia il recente viaggio in Spagna, perché «è riuscito a intercettare le nuove generazioni entrando nel loro cuore e portandoli al cuore della fede. Lo ammirano per la grande coerenza e autorevolezza, per il suo portare avanti la sua proposta con esigenza e senza strizzare l’occhio al potere od altro». Per il responsabile nazionale, il Pontefice dimostra di voler essere in dialogo con tutti e non escludere nessuno, rimanendo però fedele a se stesso e al messaggio cristiano, come ha dimostrato nello scherzare in quei giorni riguardo la presenza contemporanea in terra spagnola del rapper portoricano Bad Bunny, uno degli artisti più ascoltati di sempre, ma soprattutto nello scegliere, per la presentazione dell’encilica Magnifica humanitas, di avere al suo fianco Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, una fra le corporation legate all’Intelligenza artificiale che allo stesso tempo affascinano e spaventano i giovani, e non solo.
Tra poco più di un anno da tutto il mondo arriveranno in Corea del Sud per la Giornata mondiale della gioventù, che avrà come parole cardine verità, amore, pace. Spiega don Riccardo: «Sarà fondamentale più che mai prepararsi, perché non sarà sufficiente accontentarsi di mettere qualcosa nello zaino all’ultimo, ma occorre metterci testa, passione, studio, disponibilità ad uscire dai nostri schemi ed entrare in una cultura molto diversa, dove ci sono norme strette e regole etichetta a cui tengono molto. Si tratta di una cultura che ha alla base il confucianesimo e a partire da lì si esprime la fede».
I cattolici in quella nazione sono circa il 15% e anche l’urbanistica spiazza l’occidentale, dato che non c’è la cattedrale al centro. Particolare la storia della Chiesa, che ha alle radici alcuni componenti della ricca borghesia che alla fine del XVIII secolo entrarono in contatto con i testi biblici in cinese e iniziarono a studiare autonomamente la dottrina cattolica, anche perché non trovavano nel confucianesimo le risposte profonde della vita. Il primo battezzato coreano fu uno di loro, Lee Seung Hun, che nel 1784 fu inviato a Pechino per ricevere il sacramento dai missionari cattolici e, al rientro, a sua volta battezzò gli altri membri del suo gruppo. Solo più tardi arrivarono in Corea i primi preti dall’Occidente, si creò un’organizzazione e fu possibile amministrare i sacramenti. «La grande novità – spiega don Riccardo – fu che in questo modo alla stessa mensa sedevano persone di diversa estrazione e ricchezza. L’autorità si spaventò temendo una rivoluzione e questo aprì l’epoca della persecuzione che ha un ricordo ancora vivo, essendo di fatto finita un secolo fa. Oggi i cristiani sono grandi testimoni di pace in una terra in cui inevitabilmente si respira tensione». I giovani di tutto il mondo, e alcuni veronesi per i quali si sta preparando la proposta nello specifico, potranno confrontarsi con questo contesto e con la sfida a dar risposta sull’identità del cattolico oggi.
Nel frattempo siamo in un periodo speciale per i giovani, l’estate. «Lo considero un tempo straordinario – commenta Pincerato – sia perché è fuori dall’ordinario dell’anno scolastico-accademico sia perché offre la possibilità di vivere esperienze straordinarie, con incontri dal respiro più ampio, momenti di annuncio, tempo in cui andare in profondità».

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