Nucleare: le ragioni del sì e del ni

È la fonte energetica più economica, abbondante e pulita. Ma non per l'Italia

| DI Nicola Salvagnin

Nucleare: le ragioni del sì e del ni
Un chilo di uranio arricchito genera calore che serve a produrre circa 6/7 milioni di kw di energia elettrica, altrimenti prodotta da 60 tonnellate di metano e 120 tonnellate di carbone. Una tonnellata di uranio, insomma, soddisfa il fabbisogno elettrico annuo di quasi due milioni di persone, al costo di soli 180mila euro a tonnellata.
In teoria. In pratica, ci vogliono gli impianti adatti, quelle centrali nucleari che un referendum post-Chernobyl sono state dismesse in Italia. E una centrale non si costruisce né dall’alba al tramonto, né spendendo la mancia domenicale.
Ma sarebbe da fare, oggi, in Italia? Insomma, la nostra quasi totale dipendenza energetica dall’estero per quanto riguarda gli idrocarburi, e i problemi intrinseci che hanno le fonti “ecologiche” (vento, sole) che producono molto se non troppo in certi momenti e in certe zone, nulla in altri momenti e zone, ci richiede un ripensamento sull’energia atomica?
Abbiamo valutato le posizioni di due tecnici, per depurare il dibattito da inquinamenti ideologici che alla fine lasciano il tempo che trovano, come sempre.
Le ragioni del no. L’esame è stato fatto dai nostri “cugini” della Difesa del popolo, settimanale della diocesi di Padova. Questa posizione è stata sostenuta dal ricercatore del Cnr, Roberto Paccagnella, autore del libro Small modular reactor: realtà o fantasia?
Paccagnella smonta la base tecnologica che sostiene il ritorno al nucleare. Dato per scontato che costruire ex novo una centrale di grandi dimensioni richiede molti anni (in Finlandia, figuriamoci in Italia) e costi enormi (in Francia, figuriamoci in Italia), l’alternativa proposta sarebbe quella dei piccoli reattori. Gli small reactors di cui sopra sono, per Paccagnella, una semplice favola che non ha riscontri nella realtà. Esistono solo come progetti, gli unici funzionanti sarebbero – usando il condizionale, visti i due Paesi – in Cina e Russia. Insomma in posti dove è difficile verificarne la mera esistenza, figuriamoci lo scambio di esperienze e tecnologie.
Poi la domanda regina: chi paga? Difficilmente un’azienda privata, pur delle dimensioni di una Enel, investirebbe da sola una decina di miliardi di euro in un unico progetto; servirebbe il deciso sostegno finanziario dello Stato. E qui il discorso si chiude prima ancora di iniziare, in Italia. Lasciamo poi perdere altri discorsi paralleli, come la dislocazione geografica degli impianti (e le prevedibili contestazioni); lo smaltimento delle scorie; i tempi lunghissimi che mal si conciliano con l’esigenza immediata di elettricità a basso costo.
Le ragioni del sì. Le sostiene Giuseppe Zollino, docente di Tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari all’Ateneo patavino. E sono tutte economiche: l’energia nucleare fornisce enormi quantità di elettricità a costi irrisori; è la fonte energetica più pulita e meno impattante che esista. Non ha problemi di sicurezza (la protezione delle centrali è tale che ci vorrebbe una bomba atomica per creare danni, un attentato è estremamente più facile su qualsiasi altra struttura civile) né di radiazioni esterne. In Europa ci sono più di cento reattori nucleari in funzione, con il primato francese che infatti regala la bolletta meno cara del continente e permette l’esportazione di enormi quantità di elettricità.
Quella di casa nostra, per dire, molto spesso arriva proprio dalle centrali nucleari francesi.
Tesi che hanno convinto il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin a puntare sul nucleare, fissando per il 2035 la data per l’avvio dei “piccoli reattori” (sperando che ad allora la tecnologia sia pronta e collaudata) e per il 2050 la fornitura di almeno un quinto del nostro fabbisogno energetico tramite l’uranio.
Conclusioni. Onestamente, sembrano date e proposte che sanno più di palla calciata in tribuna, che di vera e concreta pianificazione.
Ma da tutti questi dibattiti emergono alcuni dati oggettivi: 1) l’energia nucleare è abbondante, poco costosa, non ha problemi di materie prime, è pulita e meno impattante di kmq di pannelli fotovoltaici e di migliaia di pale eoliche disseminate tra mare e colline; 2) l’Italia però parte da zero, anzi sotto zero e dalle parole ai fatti ci sta in mezzo un mare di tempo da impiegare e di soldi da trovare; 3) la scelta di chiudere le nostre quattro centrali nel 1987 fu una solenne stupidaggine dettata appunto dall’isterismo e da un approccio ideologico rivelatosi fallimentare (fummo gli unici a chiudere le centrali, mentre ne rimanevano attive 173 nel resto d’Europa...).
Il dibattito, dunque, finisce qui. Non riusciamo nemmeno a modernizzare le centrali idroelettriche (figurarsi costruire una nuova diga) e ci stiamo chiedendo da soli 40 anni se costruire un ponte sullo Stretto di Messina sia una genialata o un inutile spreco di denaro; nel frattempo rimane tutto sulla carta. Ma almeno il dibattito ha messo a fuoco l’altra faccia della medaglia: le fonti alternative. Con una premessa iniziale: se ci fossero quattro centrali nucleari in funzione oggi in Italia, vedremmo pannelli fotovoltaici installati giusto sopra il Bentegodi e zero pale eoliche in tutto lo Stivale, tra l’altro la penisola meno ventosa della Galassia.
Insomma è il caro-energia tutto italiano uno degli stimoli più potenti alla diffusione delle fonti rinnovabili, oltre al bisogno di ridurre la nostra dipendenza dall’estero. Nessuno avrebbe interesse economico di installare un solo pannello fotovoltaico sul tetto della casa, con il kwh in bolletta a 10 centesimi tasse comprese.
Ma pure sulle fonti rinnovabili ci vorrebbe una pianificazione un po’ più puntuale e strategica da parte dello Stato italiano, anche attraverso le sue partecipate del settore, come ad esempio Terna. E un idem sentire che cambi l’attuale giungla: con la Sardegna che ha di fatto impedito l’installazione di impianti nel 99% del suo territorio (peraltro ricchissimo di vento e luce) e con ecoterroristi che vanno a danneggiare le pale eoliche pensando di salvare il pianeta a suon di bombe.
La luce solare è intensa a maggio e giugno, scarsa a dicembre gennaio; produce kwh appunto nelle ore di luce, azzerandosi col buio. Ne produce pure troppa, di elettricità, in certi momenti e la vera difficoltà è quella di stoccare la produzione attraverso costosissime ed enormi batterie, che tra l’altro subiscono un’evoluzione tecnologica tale che il moderno di oggi è l’antiquato tra soli 10 anni.
L’eolico ha già dato e sta crescendo pochissimo; potrebbe svilupparsi off shore (in mezzo al mare, dove c’è più ventilazione) se non fosse che tali impianti sono molto costosi e, soprattutto, vogliamo vederli all’orizzonte di Capri, Portofino, Lampedusa ma anche Rimini, Jesolo o Viareggio. Applausi sfrenati di sindaci, turisti, albergatori, gestori di spiagge... Poi, l’elettricità prodotta sui crinali della spopolata Daunia pugliese servirebbe tanto a Monza e Milano, nella Prealpina veneta e lombarda, insomma a Nord dove vento ce n’è zero e luce molto meno che a Ragusa. Farla scorrere (abbondante) per un migliaio di chilometri non è una bazzecola.
Il futuro. D’altra parte, dovremmo essere tutti consapevoli che gli attuali consumi di elettricità sono la metà di quelli che avremo tra vent’anni. Quando le case saranno riscaldate con le pompe di calore e buona parte del parco-auto girerà in elettrico e non a gasolio o benzina.
Insomma è tempo che si dia risposta ad alcune domande, agendo di conseguenza: le attuali fonti rinnovabili, in Italia, ce la faranno a sostituire metano e petrolio, colmando la crescente richiesta di elettricità? L’idrogeno è una prospettiva o una favola che forse diventerà realtà verso la fine del secolo? Perché siamo solo alla fase sperimentale e finora l’energia prodotta dall’idrogeno è inferiore a quella impiegata per produrla.
Abbiamo infine capito che l’indipendenza energetica, nel XXI secolo, è la chiave di volta per tenere su libertà e democrazia?
In definitiva: che fare? Perché qualcosa va fatto, al di là di dibattiti e discussioni.

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