Il 63% del mercato delle sementi e il 75% di quello degli agrofarmaci sono monopolizzati da sole tre multinazionali a livello mondiale. Questo implica ripercussioni sociali, squilibri commerciali, sottomissione di milioni di contadini e di consumatori alle decisioni di pochi colossi, oltre a un impoverimento della biodiversità in agricoltura.
Alla denuncia, contenuta nel libro La battaglia dei semi. Come uscire dai monopoli alimentari (Kellermann Editore), il giornalista veneziano Giannandrea Mencini ha affiancato un viaggio attraverso l’Italia tra montagne e colline alla scoperta di aziende agricole, associazioni e cooperative, progetti che valorizzano un modello produttivo davvero sostenibile. Basato cioè sul recupero dei saperi antichi, sullo scambio di semi, sulla valorizzazione dei prodotti locali in opposizione alla spietata concorrenza dell’agroindustria. Esempi di realtà rurali che, il 27 agosto, l’autore ha raccontato al Film Festival della Lessinia per dimostrare come sia possibile (e necessario) opporsi alle dinamiche oscure del sistema sementiero. Il volume è il capitolo conclusivo di un’ideale trilogia sull’impatto ambientale e agricolo in Italia, iniziata con Pascoli di carta sulla “mafia dei pascoli” e proseguita con Bioavversità, incentrato invece sulle monocolture nelle aree montane.
Ma torniamo ai semi che mettiamo a dimora nella terra per far crescere le piante e raccoglierne i frutti una volta maturi: rappresentano il passato e il presente di ciò che portiamo sulle nostre tavole. Da essi dipende la nostra salute e quella del pianeta. Il libro-inchiesta nasce proprio dalla necessità di ribadire questi concetti. E di ricordare come la tutela delle sementi libere sia fondamentale per contrastare la crisi climatica e garantire cibo sano.
«Le multinazionali controllano frumento, grano e riso in varie parti del mondo per fare profitto. Lo scopo è vendere ed esportare poche varietà che si possono adattare facilmente, anche grazie all’aiuto della chimica, in vari territori», ha spiegato. Per questo, ha aggiunto Mencini, «la varietà è una ricchezza che deve essere difesa e in questo è importante il ruolo del contadino che seleziona la pianta. Un processo di vita che si insegna a scuola: dal seme alla pianta fino al frutto. Questo processo con le multinazionali e alcune modalità di produzione non è più possibile. Ma i semi sono il nostro futuro e dobbiamo difenderli».
Come hanno fatto alcuni giovani di San Tommaso Agordino, nel Bellunese, dove nella ex scuola primaria del paese ha sede il centro Orti Rupestri: un’associazione che raccoglie, conserva e distribuisce i semi delle antiche varietà locali. «Qui sono nate una cooperativa che si occupa della trasformazione dei prodotti e una biblioteca dei semi creata da ragazzi che non hanno lasciato la valle, ma sono riusciti a dare una svolta». In Val Belluna Oscar Padovani vende mele biologiche: «Ha sviluppato un’azienda che produce 100 varietà diverse, dopo aver recuperato vecchie varietà di alberi che ancora parlano del passato». E ancora: in Val Bormida, una valle alpino-appenninica che si estende tra la Liguria e il Piemonte, una comunità formata da cittadini, contadini e realtà civili ha avviato in un mulino la sperimentazione del “miscuglio di Aleppo”: una popolazione evolutiva, vale a dire una mescolanza di migliaia di varietà diverse della stessa specie di cereale (come orzo o frumento) che crescono insieme nello stesso campo.
Storie diverse, ma legate da un resistente filo rosso, che testimoniano come si stia combattendo in tanti territori nel nostro Paese una battaglia in difesa della biodiversità. «Non possiamo fare una guerra contro le multinazionali – ha concluso l’autore –, ma creare un canale parallelo di scambio e conoscenza. Senza dimenticare che come consumatori noi abbiamo un grande potere che è quello della scelta».