Nell’ottavo centenario della morte di san Francesco, una scoperta intesse un legame tra il Santo e Verona: ne è protagonista Angelo Passuello, storico dell’arte e dell’architettura medievale e ricercatore presso l’Università di Firenze, che ha recentemente riportato l’attenzione su un’immagine del Poverello di Assisi conservata all’interno della chiesa di S. Lorenzo, già oggetto della sua monografia San Lorenzo in Verona. Storia e restauri (2018). La scoperta ha suscitato notevole interesse, trovando eco anche nella stampa internazionale, dalla Svizzera alla Francia, fino all’Ungheria; lo studio, destinato alla pubblicazione nel 2027 sulla rivista americana Franciscan Studies, propone di riconoscere nel frammento una delle più antiche raffigurazioni del Santo e apre una nuova pagina sulla memoria francescana della città.
– Che cosa ha riscoperto a San Lorenzo?
«Si tratta di un affresco frammentario raffigurante san Francesco, oggi trasferito su un supporto ligneo. L’immagine fu rinvenuta durante i restauri del 1893, nell’abside a sinistra dell’altare maggiore. Da allora è rimasta lì, sotto gli occhi di tutti, ma senza che ne fossero mai ricostruite in modo organico la storia, l’originaria collocazione, l’iconografia e soprattutto il possibile significato nella Verona duecentesca. È questo, per me, l’aspetto più sorprendente: non una scoperta di qualcosa che era scomparso, ma la riscoperta del valore di un’immagine che Verona possedeva da oltre un secolo».
– Perché questa immagine è così importante per Verona?
«Perché potrebbe cambiare la cronologia della più antica memoria figurativa di san Francesco in città. Fino ad oggi si considerava generalmente più antica la raffigurazione conservata nella cripta di S. Fermo Maggiore, datata intorno al 1280 o poco oltre. Il san Francesco di S. Lorenzo, invece, presenta caratteri che consentono di proporre una datazione molto più precoce, al secondo quarto del XIII secolo, plausibilmente tra il 1228, anno della canonizzazione, e la metà del secolo. Se questa proposta sarà accolta, avremmo un’immagine veronese anteriore di diversi decenni a quella di S. Fermo e forse la più antica oggi nota nel Veneto».
– Quali elementi permettono di proporre questa datazione?
«Non c’è un solo indizio decisivo, ma una convergenza di dati. Il linguaggio pittorico è ancora profondamente legato alla tradizione romanica e trova confronti nella Verona della prima metà del Duecento; l’iconografia è molto precoce, con il saio, la tonsura, la mano destra che mostra il segno delle stimmate e quella sinistra, solo parzialmente leggibile, che regge probabilmente il libro del Vangelo; inoltre, come ricordano le antiche pergamene di S. Lorenzo custodite presso l’Archivio di Stato di Verona, nel 1245 qui erano documentati alcuni clerici fratres. Non possiamo certo identificarli automaticamente con i frati minori, ma la coincidenza cronologica è significativa. Tutto colloca l’affresco in una fase in cui l’immagine di Francesco non era ancora pienamente codificata e la memoria della sua persona era ancora molto recente. Erano infatti trascorsi soltanto pochi decenni dalla morte e vivevano ancora persone che potevano averlo conosciuto. Non possiamo certo considerare l’affresco un ritratto dal vero, ma nel suo volto potrebbe essersi conservata e rielaborata qualcosa della memoria ancora viva dell’uomo Francesco».
– E qui entra in gioco anche il passaggio di Francesco per Verona...
«Sì, ed è forse il punto più affascinante. Tommaso da Celano ricorda in un passo che Francesco, “ritornando da Verona”, intendeva passare per Bologna. È un riferimento breve e per questo prezioso: non nasce da una tradizione celebrativa locale, ma compare quasi per caso all’interno di un itinerario. Possiamo collocare plausibilmente questo passaggio tra il 1220 e il 1221, poco dopo il ritorno di Francesco dall’Oriente. L’affresco non prova che sia stato dipinto per commemorare quella visita, ma apre una possibilità molto suggestiva: che a S. Lorenzo si sia voluta conservare e rendere visibile una memoria del suo passaggio in città».
– Perché ha scelto di rendere nota la ricerca proprio nell’ottavo centenario della morte del Santo?
Non è stata una coincidenza. Ho una profonda devozione personale per il Santo e desideravo che questa ricerca potesse essere restituita alla città in occasione di questa ricorrenza. Mi sembrava il momento più giusto per riportare alla luce non soltanto un’immagine antica, ma un volto che appartiene anche alla memoria spirituale di Verona. La ricerca deve restare rigorosa e distinguere ciò che possiamo dimostrare da ciò che si può solo ipotizzare, ma questo non impedisce di riconoscere la forza con cui un’opera del genere continua ancora oggi a parlare».
– Quale particolare dell’affresco la colpisce di più?
«Gli occhi, senza dubbio. Sono enormi, spalancati, quasi sproporzionati, e guardano direttamente chi sta davanti. Naturalmente non possiamo sapere quale fosse l’intenzione del pittore, ma mi fanno pensare a Francesco con gli occhi aperti sul mondo, quel mondo che amava e osservava con attenzione, riconoscendo nella realtà creata un riflesso del suo Creatore. E allo stesso tempo sono occhi rivolti verso di noi. Per Francesco ogni uomo era una creatura di Dio, un prossimo nel quale incontrare qualcosa di Lui. Forse è questo che rende quel volto così potente ancora oggi: dopo quasi otto secoli, i suoi occhi continuano a cercare i nostri e a chiederci di ricambiare lo sguardo».