L’Intelligenza artificiale (Ia) ci renderà più intelligenti o più stupidi? Dipende da come la usiamo. È uno strumento che può semplificarci la vita, migliorandola, ma può farci diventare sempre più pigri e passivi se la lasciamo pensare al posto nostro.
Di Intelligenza artificiale sentiamo parlare spesso ultimamente. E con toni allarmati. Di recente ha fatto scalpore l’affermazione di Evan Hubinger, ricercatore di primo piano di Anthropic (azienda statunitense di ricerca e sviluppo nel campo dell’Intelligenza artificiale), dalla quale si è licenziato dicendo: nell’arco dei prossimi 10 anni c’è una probabilità del 10% che i sistemi di Intelligenza artificiale provochino lo sterminio di tutti gli esseri umani... Allegria!
Il timore per un’Ia fuori controllo c’è, ed è reale. Ecco perché è importante prendere ora delle decisioni. E, al contempo, provare a capirne di più.
Abbiamo chiesto a Nicola Bortoletto, informatico veronese che vanta una carriera di oltre vent’anni nel settore dell’Ia, di aiutarci a fare chiarezza. Lui è sostenitore di un’Ia pragmatica e trasparente, e di un approccio tecnologico che mantiene l’uomo e le sue competenze al centro del processo decisionale.
– Se dovesse spiegare che cos’è l’Ia a una persona che non è per niente pratica di tecnologia, come la definirebbe?
«Userei la metafora dell’apprendista affiancato a un maestro esperto. Un software tradizionale funziona un po’ come un libro di ricette rigido: segue alla lettera solo le istruzioni esatte scritte dal programmatore passo dopo passo, e se in cucina si presenta una situazione imprevista, la macchina si blocca e non sa cosa fare. L’Intelligenza artificiale, al contrario, si comporta come un giovane apprendista dotato di una memoria straordinaria e di una grande capacità di osservazione. Invece di ricevere soltanto regole fisse, gli vengono mostrati milioni di esempi del passato (fotografie, dati, testi...) per permettergli di imparare il “mestiere” sul campo, riconoscendo in autonomia schemi e relazioni di causa-effetto».
– Viene allenata...
«Sì, l’Ia non è un “cervello magico”, ma un programma che impara dall’esperienza per aiutare le persone a prendere decisioni migliori e svolgere compiti complessi in modo semplice e accessibile a tutti. Se usata bene, e mettendo sempre l’uomo al centro, è una tecnologia straordinaria. Ma occorre ricordare che l’uomo rimane l’unico e solo responsabile: sia delle decisioni finali che prenderà rispetto ai suggerimenti forniti dall’algoritmo, sia del modo stesso in cui l’Ia è stata programmata».
– C’è chi paragona l’avvento dell’Intelligenza artificiale alla scoperta dell’elettricità: qualcosa che ha cambiato il mondo per sempre. Sarà così o è presto per dirlo?
«Sono in parte d’accordo: come l’elettricità a suo tempo, l’Ia ha il potenziale per diventare una tecnologia trasversale capace di trasformare ogni settore. Tuttavia, credo che oggi ci sia un forte fenomeno di speculazione ed esaltazione mediatica. Bisogna saper distinguere tra le promesse commerciali del momento e il valore reale che la tecnologia saprà generare quando l’entusiasmo lascerà spazio ad applicazioni concrete e sostenibili».
– Di fronte alle grandi novità siamo tentati di dividerci in due: entusiasti o catastrofisti. Chi ha ragione?
«Umberto Eco usava il celebre binomio tra “apocalittici e integrati” per descrivere la reazione del pubblico di fronte alle novità culturali. Con l’Ia assistiamo allo stesso fenomeno. Io credo che la chiave risieda nella classica frase “la verità sta nel mezzo”: riconoscere l’immenso potenziale di trasformazione dell’Ia senza cadere nel mito della “soluzione magica”, ma al contempo affrontarne i rischi reali senza cedere a scenari alla Terminator o War Games. La vera sfida non è prevedere il futuro con ansia o euforia, ma costruirlo giorno per giorno».
– Se le macchine sono molto più brave di noi a svolgere alcuni compiti, che ne sarà delle abilità umane e di certe professioni?
«È una domanda del tutto legittima ed è normale che, di fronte a un salto tecnologico così rapido, ci si interroghi sul futuro del lavoro. Ma l’Intelligenza artificiale non è nata per sostituire l’uomo, bensì per potenziarlo. C’è poi una distinzione fondamentale da fare».
– Quale?
«Le macchine sono straordinariamente veloci nell’elaborare enormi quantità di dati, nel trovare schemi nascosti e nello svolgere compiti ripetitivi. Ma si fermano lì. Non hanno intuito, non hanno empatia, non conoscono il contesto reale e, soprattutto, non possiedono senso critico né responsabilità. In prospettiva, quindi, non vedo la scomparsa delle professioni, ma la loro evoluzione verso un valore più alto. Liberati dalle mansioni più meccaniche e burocratiche, i lavoratori potranno concentrarsi su ciò che nessun algoritmo potrà mai replicare: la relazione, la cura, il pensiero critico, la visione strategica e la capacità di porsi le giuste domande. L’Ia è come un microscopio o un calcolatore incredibilmente potente: è uno strumento d’avanguardia, ma resta pur sempre uno strumento. Alla fine è sempre l’uomo che decide dove guardare, che scelte compiere e quale direzione dare al futuro».
– Ora da più parti si chiede una frenata sullo sviluppo dell’Ia. Sappiamo governare quello che abbiamo costruito?
«Questa richiesta nasce da una preoccupazione comprensibile, perché i modelli evolvono in fretta e il rischio di trovarsi di fronte a “scatole nere” imprevedibili è reale. Chiedersi se siamo ancora in grado di governare quello che abbiamo costruito è la domanda fondamentale su cui si gioca il futuro stesso di questa tecnologia. La risposta è che sì, governare l’Ia è del tutto possibile, ma richiede una scelta di campo precisa fin dal principio: la tecnologia non va lasciata crescere in modo selvaggio, ma deve essere progettata attorno a principi inderogabili di trasparenza, determinismo e controllo umano. La responsabilità di come si comporta l’Ia è e deve rimanere di chi la sviluppa e di chi la usa. Anche la forchetta che usiamo per mangiare può diventare pericolosa nelle mani della persona sbagliata, no? In definitiva, la soluzione non è bloccare la ricerca, ma rifiutare lo sviluppo privo di regole. Possiamo governare l’Ia nella misura in cui pretendiamo che sia un sistema trasparente, verificabile e sempre subordinato all’intelligenza e alla responsabilità dell’uomo».
– Il fatto che questi modelli siano costruiti da realtà commerciali che stanno facendo investimenti giganteschi deve allarmarci?
«È una preoccupazione del tutto motivata e condivisibile. Oggi assistiamo a un’enorme concentrazione di capitale e potenza di calcolo nelle mani di pochi colossi tecnologici d’oltreoceano o cinesi, e il rischio di ripetere ciò che è già accaduto con i social network – cioè trovarci tutti dipendenti da pochissime piattaforme proprietarie e oligopolistiche – è assolutamente concreto. Ed è proprio di fronte a questo rischio che la risposta non può essere la rassegnazione o la chiusura, ma la costruzione di un’alternativa concreta basata sulla sovranità digitale europea, sull’open source e sulla democratizzazione degli strumenti. Per evitare che l’Ia rimanga monopolio di pochi, la strada obbligata è investire su infrastrutture aperte, verificabili e sovrane, capaci di distribuire il valore e restituire autonomia operativa e decisionale alle persone, alle imprese e alle istituzioni».
– Papa Leone riconosce che “il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale apre nuove possibilità”, però avverte su un rischio: “abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana”. Il pericolo è che ci affidiamo alle macchine senza più esercitare il pensiero critico?
«Sì. L’avvertimento di papa Leone centra il punto nodale del nostro rapporto con la tecnologia. Il rischio più grande non è che le macchine diventino “troppo intelligenti”, ma che noi diventiamo progressivamente pigri, abituandoci a delegare all’algoritmo scelte che richiedono valutazione, etica e responsabilità individuale. Quando ci affidiamo ciecamente a un calcolo automatizzato, rischiamo di atrofizzare la nostra capacità di esercitare il pensiero critico, che è proprio ciò che ci rende umani. Un algoritmo elabora dati, trova correlazioni e calcola probabilità matematiche, ma non ha una coscienza, non conosce l’empatia e soprattutto non può farsi carico delle conseguenze umane, morali e sociali di una decisione».
– Dobbiamo dare noi i limiti...
«Nella progettazione tecnologica occorre fissare un confine insuperabile: l’Intelligenza artificiale deve rimanere un sistema di supporto alle decisioni (Decision Support System), mai un sostituto della coscienza o del giudizio umano. La tecnologia deve servire ad ampliare la nostra conoscenza, non a sostituire il nostro giudizio. La vera sfida etica di oggi è usare l’Ia per informare meglio la nostra mente, senza mai cederle il timone della nostra coscienza».