In missione ad Atene tra gli ultimi di una metropoli

L'esperienza di un veronese della Papa Giovanni XXIII

| DI Damiano Conati

In missione ad Atene tra gli ultimi di una metropoli
«Sono missionario ad Atene». Mi sono sempre chiesto cosa significa essere in missione in una metropoli europea e non nelle classiche “mete missionarie” del cosiddetto Terzo mondo. E ho voluto vederlo con i miei occhi. Sono arrivato ad Atene portandomi dietro tante immagini: la storia, la bellezza, il fascino di questa terra. Ma quello che ho incontrato è stato ben diverso. Atene è una città che vive di contrasti fortissimi: metropoli moderna, mezzi di trasporto all’avanguardia, spiagge bellissime e, allo stesso tempo, crocevia di fragilità profonde. Sulle sue strade si incontrano volti da ogni parte del mondo. E spesso, insieme ai volti, si incontrano anche storie dure, segnate da fuga, perdita, sopravvivenza.
Sono andato per incontrare Marco Lucchi, missionario veronese di San Giovanni Lupatoto, 43 anni, della Comunità Papa Giovanni XXIII. Uno che la missione non l’ha scelta all’improvviso: ci è arrivato passo dopo passo, partendo dalla strada, dall’incontro con le persone più fragili, dalle notti passate per anni accanto alle prostitute nelle periferie di Verona, per poi vivere una breve esperienza in Russia.
Marco vive ad Atene da due anni, in una casa-famiglia che è molto più di una residenza. È un piccolo mondo.
Un primo piano abitato in questi giorni da persone in semi autonomia: Myanmar, Albania, Gaza, Afghanistan. Sotto, una famiglia toscana, Filippo e Fabiola, con quattro figli (Gioele 9 anni, Matteo 15, Pietro 18, Katia 21), che da dodici anni ha deciso di vivere lì, insieme ad Antonio, ragazzo romagnolo che sta espletando il suo anno di Servizio civile, e a persone provenienti oggi da Sudan, Siria, Etiopia, domani chissà... Una casa che, mi viene da pensare, è una piccola Grecia dentro una città che è già il mondo.
Quello che colpisce non è solo l’accoglienza. È la quotidianità. La normalità costruita dentro situazioni che normali non sono. Ogni sera arriva il cibo: supermercati che donano quello che resta, che è in scadenza, che non si vende. Un carrello, a volte più di uno.
E la casa si ritrova attorno a quei sacchetti, come una famiglia qualsiasi. «Anche questa è provvidenza», mi dice Marco. E guardandolo, capisco che per lui non è una parola astratta.
La sua giornata è fatta di relazioni. Con gli ospiti della casa, con chi vive in strada, con chi prova a rimettere insieme i pezzi della propria vita. Studia il greco, esce con le suore di Madre Teresa tra i tossicodipendenti, va al Pireo la sera per incontrare i senza dimora, aiuta nella “Capanna di Betlemme”, una casa che accoglie persone senza casa per alcune notti alla settimana.
«Il lavoro vero è la relazione – mi dice – perché ogni persona ha una storia incredibile alle spalle. E se non ti fermi ad ascoltarla, non hai fatto nulla». E forse è proprio questo che ad Atene si capisce più chiaramente: non basta “fare”, bisogna “stare”. Ma non è facile. Me lo spiega senza girarci attorno.
«Quando per strada trovi famiglie intere, anche con bambini, ti verrebbe di prenderle e portarle tutte a casa. Ma non puoi. E questo fa male». Fa male perché lì manca qualcosa che per noi, in Italia, è quasi scontato: una rete, dei servizi, un sistema che almeno prova a non lasciare indietro i più fragili, come il pronto intervento sociale, che non permette a minori o donne di vivere queste situazioni gravi di vulnerabilità. Atene, invece, porta ancora addosso le ferite di una crisi profonda vissuta pochi anni fa. Il welfare è debole, i servizi sociali faticano,e la città si riempie di persone che non trovano risposte.
Eppure, dentro a questa fatica, c’è una speranza ostinata. La vedo negli occhi di Marco che mi racconta di «un ragazzo di Gaza, che vive in casa, ma ha la moglie e i figli in una tenda, lontani, in condizioni difficili dopo quanto accaduto nei mesi scorsi. Sta cercando di costruirsi una possibilità, tra burocrazie, attese e porte chiuse. È uno che si dà da fare, anche in autonomia, ma per il ricongiungimento è tutto complicato. Documenti, leggi, continui rifiuti da parte dello Stato».
Ma vedo speranza nella collaborazione tra realtà diverse: la Comunità Papa Giovanni trainata da Filippo e Fabiola; le suore di Madre Teresa; la comunità di Comunione e Liberazione, che appoggia più che può il progetto.
E poi padre Theodoros Kontidis, il vescovo di Atene che passa ogni tanto a trovare la casa, che si siede a tavola, che condivide. Poco più in là, sempre nella capitale ellenica, la Papa Giovanni è presente con un progetto di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace che si occupa della gravissima “emergenza confini” in Grecia. E pure lì sono impegnati dei volontari italiani.
Il tutto in un contesto dove i cattolici sono una piccola minoranza in un mondo di ortodossi e questa rete è ancora più preziosa.

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