Mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona e co-fondatore dell'esperienza delle Comunità Laudato si', è stato uno degli oratori della Commemorazione in ricordo di Carlo (Carlin) Petrini, avvenuta domenica 23 maggio a Pollenzo, frazione di Bra, che dal 2004 ospita l'Università di Scienze Gastronomiche.
Queste le parole di Pompili:
Ho conosciuto Carlin per via del terremoto di Amatrice. Venne a trovarci e non se ne andò prima di averci confortato almeno un poco. Da quel momento non ci siamo più persi di vista fino allo scorso 21 marzo quando proprio qui a Pollenzo ci siamo dati appuntamento con le Comunità Laudato si'.
Di lui mi colpì da subito l’eleganza del tratto e la misura. Non aveva un’idea troppo alta di sé. Nè si prendeva troppo sul serio. Sapeva stare in un auditorium affollato e tra quattro amici con la stessa naturalezza, senza mai atteggiarsi.
Mi sorprese poi il suo sguardo pulito, privo di retropensieri, ancorchè segnato da prove e turbamenti. Pur con le sue obiettive ascendenze ideologiche Carlin non è mai stato uno del partito perché era di suo un anarchico felice. La biodiversità è stata la battaglia della sua vita. Ma prima che alimentare la sua è stata una biodiversità culturale. Il fatto è che Carlin era un uomo libero e soprattutto sapeva di qualcosa e gustava ogni cosa. In lui il sapore si trasformava miracolosamente in sapere. Ma di quella sapienza contadina, “scarpe grosse e cervello fino”, tal che mai lo avrebbero ingannato le “magnifiche sorti e progressive”, senza per questo indossare i panni di una prefica del bel mondo antico.
Ciò che lo ha salvato dal diventare un custode arcigno della natura, di quelli che annunciano la fine del mondo ad ogni piè’ sospinto, è stata la logica che lo ispirava. Non quella del dovere, ma quella del piacere. I suoi criteri più che etici erano estetici e di ogni situazione coglieva più la gioia che il sacrificio. Per lui, infatti, il limite non era il nemico della pienezza. Il limite era la condizione della bellezza. Non si spiegherebbero i suoi successi e pure i suoi fallimenti se non si tenesse in debito conto che la sua aspirazione non era la gola, ma la terra. In un tempo già orfano del Padre, Carlin ha ritrovato la madre terra, grazie al combinato disposto di quella che lui chiamava, soprattutto negli ultimi anni, “intelligenza affettiva". Non intelligenza naturale e neanche intelligenza artificiale, ma intelligenza affettiva. Quella che lui ha praticato fino alla fine dei suoi giorni, ovvero “lo slancio verso qualcosa di altro da noi, la ricerca di un disegno universale, di una connessione tra tutti gli esseri umani e tra gli umani e il loro ambiente” (Carlo Petrini). E aggiungeva: “La biodiversità culturale ci insegna a leggere le vicende del mondo con un approccio aperto e umile, a cogliere l’immensità di ciò che modi di vivere diversi dal nostro possono insegnarci e di come la diversità sia la forza per disegnare il nostro futuro”. E non mancava mai di citare Albert Einstein: L’uomo che non ha gli occhi aperti al mistero, passerà attraverso la vita senza vedere assolutamente nulla”.
Grazie Carlin perché ci hai aperto gli occhi su quel “mistero buffo” che è la vita. Sempre con grazia e allegria.