«Ho camminato per cinque anni, dall’America del Sud all’Europa, attraverso l’Australia, l’India, l’Arabia Saudita, l’Iran e l’Armenia. Anche nei posti che sono considerati i più pericolosi del mondo. Non mi è mai successo niente. Proprio per questo, sono sicuro che gran parte dell’umanità è buona». Così Nicolò Guarrera, 32 anni, vicentino, noto sui social come Pieroad (da “pie”, piede in dialetto veneto, e road, “strada”), inizia a raccontare come è riuscito a realizzare il suo sogno “impossibile”, fare il giro del mondo a piedi. Un viaggio durato cinque anni, dal 2020 al 2025, una ventina di paia di scarpe consumate, quindici visti sul passaporto e una strada (più di 36mila chilometri) condivisa solo con Ezio, un carrellino usato per trasportare acqua, cibo e vestiti e che lungo il cammino è finito per diventare anche il suo alter ego, l’inseparabile compagno con cui confidarsi e parlare ad alta voce per vincere la solitudine. Nicolò parla della sua impresa in una gremita sala del Consiglio, a Sona, nel corso di un incontro organizzato dal consigliere comunale Andrea Miotto.
L’idea, confessa, è nata da una domanda: cos’è che rende una vita bella? «Tutti sappiamo che cos’è la bella vita: feste, lusso, vacanze. Ma è difficile definire cos’è che rende una vita bella. Era maggio 2018 e mi stavo laureando, non avevo ancora i social e avevo voglia di trovare una risposta a questa domanda, che da un po’ di tempo mi tormentava. Il mio sogno era quello di scrivere un libro che raccontasse di me, ma ancora non avevo una storia significativa da raccontare. Così ho pensato che era giunto il momento di cominciare a camminare, nel vero senso della parola, e di affrontare a piedi la strada più lunga e avventurosa: il giro del nostro pianeta».Un cammino, di certo, non semplice, iniziato ben prima degli iniziali chilometri macinati sotto i piedi, attraverso allenamento e preparazione fisica e mentale, ma non solo. Innanzitutto lo studio accurato delle mappe e la preparazione degli itinerari, la ricerca di contatti e di punti di appoggio. Alla fine sarebbero state un mezzo migliaio le persone che gli hanno dato ospitalità.«Ho pianificato tutto il mio viaggio, quando sono partito avevo ben chiaro il percorso che avrei fatto. Quaranta chilometri al giorno. Ho seguito le tappe per i primi tre mesi, ma, una volta arrivato in Sudamerica, ho capito che avevo bisogno di rallentare e di sostare per godermi i luoghi e le persone che mi sarebbero per sempre rimaste nel cuore. Infatti, secondo la mia “tabella di marcia”, avrei dovuto camminare per tre anni e mezzo, invece, ne ho impiegati cinque».Inoltre, numerosi sono stati gli imprevisti: non solo lo scoppio della pandemia globale, che ha determinato la scelta del percorso. «Per andare verso le Americhe ho deciso di attraversare l’Oceano su un’imbarcazione. Sono partito dalla Francia e, facendo “barca stop”, ho impiegato un mese per trovare un passaggio. Una volta a bordo, durante la seconda settimana di navigazione, il vento ha cominciato a calare sempre di più, fino a quando la barca, in modo del tutto inaspettato, si è fermata in mezzo all’Oceano. Era la stagione degli Alisei, un periodo dell’anno in cui i venti sono favorevoli per navigare fino alle Americhe, e ci trovavamo in un quadrante, sulle mappe nautiche, in cui la probabilità di assenza di vento era pari all’1%. Nonostante ciò, ci siamo ritrovati fermi, con acqua e provviste per un mese, senza possibilità di essere soccorsi e riforniti. Questo mi ha fatto capire che avere un piano va bene, ma c’è sempre la possibilità di sbagliare le stime e che dobbiamo essere pronti ad adattarci agli imprevisti». Dopo qualche giorno la prolungata bonaccia che si era trasformata in un incubo, finisce. Il vento torna a gonfiare le vele e la navigazione prosegue fino al Mar dei Caraibi.
«Ho capito – continua il giovane viaggiatore – che dovevo rallentare una volta giunto a Quito, in Ecuador. In questo Paese meraviglioso ho attraversato la foresta amazzonica, le Ande, ho visto i vulcani più vicini al Sole, la costa e il paradiso delle Galapagos con la sua natura intatta. Lungo la strada mi hanno ospitato una ventina di famiglie, chiedevo loro di poter piantare la tenda nel loro giardino, raramente mi hanno detto di no e raramente, inoltre, mi hanno lasciato da solo. Mi portavano cibo, mi invitavano a stare con loro, spesso mi facevano sentire parte della famiglia. Non ho quasi mai ricevuto dei rifiuti». Dopo il Sudamerica, dall’Ecuador alla Patagonia argentina, un lungo concatenarsi di tappe nel continente asiatico e poi l’Australia, con la traversata del deserto dell’Outback, assediato da nugoli di insetti che lo costringevano a coprirsi il volto, dall’alba al tramonto con una retina e infine il Medio Oriente. «Qual è il posto che ti è piaciuto di più?», la domanda di molti. «Il Sudamerica, in particolare, il Cile, ma anche l’Iran, dove la gente sfidava tranquillamente le proibizioni del regime per ospitarmi nelle loro case. Ma sono molti i Paesi in cui vorrei tornare, anche con gli amici, e quest’estate tornerò in Armenia».
Qualche disavventura, tuttavia, non è mancata. «Dovuta soprattutto a incomprensioni, non a ostilità... In un villaggio dell’India sono stato preso a sassate perché era corsa voce che fossi un ladro di bambini; in Kuwait quasi mi arrestarono a causa della lunga barba e della tunica che indossavo, per le guardie di frontiera il mio era l’identikit del perfetto terrorista... Ma sono solo alcuni episodi sui quali ora sorrido. Cosa ho imparato da questo giro del mondo? A non prendermi troppo sul serio, che tutto quello che facciamo, lo si può fare in maniera diversa e che il mio è solo uno dei punti di vista tra tanti, altrettanto validi». Infine, dunque, che cos’è una vita bella? «Dopo tutti questi chilometri, ancora non ho una risposta – risponde Nicolò allargando le braccia –. Mi rendo conto che ho ancora molto da imparare, per esempio non so bene cosa significhi camminare insieme ad altre persone, perché in questi anni cinque anni ho viaggiato in solitaria. Però, ora, ho una storia da raccontare e posso finalmente dedicarmi al libro che volevo scrivere».