Venerdì 23 ottobre, durante un funerale nella chiesa greco-ortodossa di Hammoud, nel governatorato di Karak (Giordania), uomini armati hanno aperto il fuoco sui presenti. Il bilancio è di dieci vittime e diversi feriti, in un attentato che ha sconvolto il Paese.
Il sentimento diffuso è quello di un forte disorientamento. In Giordania è la prima volta che si verifica un attacco all’interno di una chiesa. Da anni il Paese si contraddistingue come una terra di accoglienza e di dialogo, in cui comunità cristiane e musulmane convivono pacificamente, nel rispetto e nella tolleranza reciproca. Parlando con le persone locali, è chiaro come la coesistenza pacifica tra le religioni sia considerata uno dei tratti più riconoscibili e identitari. Ad Amman la Moschea Blu, luogo di culto simbolico dell’Islam, sorge proprio accanto alla chiesa del patriarcato ortodosso, al punto che dalla strada per raggiungerle si notano la mezzaluna dorata e la croce che svettano vicine, l’una a fianco all’altra. Per molti giordani, cristiani e musulmani, quanto accaduto è stato vissuto come un colpo all’identità stessa del Paese, prima ancora che come un fatto di sicurezza.
Nelle ore successive all’attentato, però, è successo anche qualcos’altro. Camminando per le strade, tra le moltissime bandiere a mezz’asta, si incontravano gruppi di persone riunite in manifestazioni e veglie cui partecipavano insieme, senza distinzioni, rappresentanti di entrambe le religioni. A Karak, così come ad Amman e in tutto il territorio giordano, ci sono stati momenti di preghiera condivisa, in una comunione tra cristiani e musulmani nata come reazione al dolore e all’esigenza di opporre alla violenza una risposta diversa.
Domenica sera ero a Jabal Amman, dove ogni settimana habuna (“don”, in arabo) Mario Cornioli celebra la Messa in italiano e noi italiani che viviamo qui ci ritroviamo da lui, per poi cenare insieme. Nell’omelia parlava del lasciarsi amare come condizione per poter amare a nostra volta. A quel punto la porta della chiesa si è aperta e sono entrate una ventina di persone musulmane. Nessun invito, nessun programma: erano venute semplicemente per esserci, per farci sentire la loro vicinanza. Le abbiamo salutate, si sono fermate un po’ con noi. Senza altre parole, in un momento fortissimo e quasi surreale.
Non è un episodio isolato. In questi giorni in diverse parti del Paese persone musulmane si sono avvicinate alle chiese quasi come per proteggerle, hanno chiesto di pregare assieme ai cristiani, gli uni accanto agli altri, per ricordare le vittime e parlare di pace. Colpire un luogo di culto significa cercare di alimentare diffidenza e divisione. Qui per ora sta accadendo il contrario. E questo non cancella la paura, il dolore o la fatica che resta, ma forse permette anche di ricordare che il dialogo è possibile, che immaginare la pace è possibile. A partire da scelte concrete, come quella di vicini che aprono una porta e si siedono accanto a noi.